25 ott 11

Al direttore – Lungi da questa riflessio-
ne fare dell’ottimismo, insensato di fronte
a una situazione di crisi di tale intensità,
ma una domanda s’impone: è proprio vero
che l’Italia è più debole di altri paesi (in oc-
cidente) oppure è soltanto “diversamente
debole”, ma non più degli altri?
Obiettivo di questa riflessione è riabili-
tare l’esigenza di una visione più positiva
del nostro paese (per quanto riguarda il de-
bito), anche verso organismi con licenza di
rating. Cominciamo rivisitando il problema
del nostro debito analizzandone la cresci-
ta e la composizione.
Il  debito  pubblico  italiano  dall’inizio
della crisi (2007) alla fine del 2009 è cresci-
to di 14 punti percentuali, come la Germa-
nia,  ma  meno  di  altri  paesi  europei:  la
Francia è crescita di 21 punti, la Spagna di
28, l’Irlanda di 50, il Portogallo di 19, la Gre-
cia di 23, il Regno Unito di 36 punti. E’ cre-
sciuto meno del Giappone (41 punti) e de-
gli Stati Uniti (30 punti, fonte: Imf, Interna-
tional Monetary Fund).
Potremmo dire che siamo stati rigorosi?
E’ previsto poi, sempre dal Fondo moneta-
rio internazionale, che detto debito pubbli-
co italiano, quale percentuale del prodot-
to interno lordo (pil) cresca dal 2010 al 2014
di sei punti percentuali (dal 118 per cento
al  124  per  cento  del  pil),  un  punto  in  più
della  Germania  (cinque  punti),  ma  meno
della Francia (nove punti), del Regno Uni-
to (undici punti), degli Stati Uniti (14 pun-
ti) e Giappone (18 punti).
Mi vien da concludere che, se i dati fos-
sero attendibili, pur nelle difficoltà in cui
si trova, l’Italia è fra i paesi virtuosi. Se poi
analizzassimo il debito totale (il debito di
un paese è fatto da quattro debiti: pubbli-
co, privato delle famiglie, istituzioni finan-
ziarie e istituzioni industriali, commercia-
li, servizi, ecc) del nostro paese, comparan-
dolo con quello di altri, scopriremmo che
la situazione italiana è diversa e va meglio
capita per prendere decisioni (Fonte: Ha-
ver Analytics & McKinsey Global Institute
2009).
Il debito totale, fatto dai quattro debiti
sopra evocati, quale percentuale del pro-
dotto interno lordo, vede la Germania più
virtuosa (284 per cento), poi gli Stati Uniti,
prima  della  crescita  del  debito  pubblico
del  2010  (288  per  cento)  e  poi  l’Italia  (321
per cento), segue la Francia (330 per cen-
to), la Spagna (372 per cento), il Regno Uni-
to (406 per cento, che diventa 484 per cen-
to quale hub di global banking) .
Ora segmentiamo questo debito totale. In
Italia il problema è il debito pubblico: 35
per cento del debito totale, il 26 per cento
è di istituzioni non finanziarie (industriali,
ecc), un altro 26 per cento di istituzioni fi-
nanziarie e solo un 13 per cento è dovuto
al debito delle famiglie. Gli Stati Uniti han-
no invece il problema del debito delle fa-
miglie, infatti evidenziano che la medesima
percentuale  (circa)  che  per  noi  è  debito
pubblico, per loro è privata, delle famiglie:
33 per cento.
Gli Stati Uniti hanno infatti fatto sostene-
re la crescita dell’economia a debito dalle
famiglie,  finché  questo  non  è  finito  sulle
banche e infine sul governo, che per salva-
re le banche è costretto a nazionalizzare il
debito privato. Nel Regno Unito la situazio-
ne è ancora diversa, è il debito delle istitu-
zioni finanziarie a preoccupare (30 per cen-
to  del  totale  debito,  41  per  cento  quale
Hub). In Spagna a preoccupare sono le at-
tività non finanziarie (38 per cento del de-
bito), lo stesso in Francia (34 per cento del
debito). In pratica ognuno ha i suoi proble-
mi, ognuno ha fatto far debito a ciascuno
dei quattro attori del sistema economico, e
ogni attore ha una sua specifica “sensibi-
lità” a risolvere il problema del delevera-
ging (riduzione del debito): negli Stati Uni-
ti le famiglie, in Inghilterra le banche, in
Italia lo stato.
E’  più  facile,  e  gestibile,  chiedere  allo
stato piuttosto che ai privati o alle impre-
se di ridurre il debito, soprattutto nell’Eu-
rozona. L’Italia, poi, ha sì debito pubblico,
ma non ha molto debito delle famiglie, an-
zi queste hanno risparmi totali (inclusi im-
mobili) pari a circa cinque volte il debito
pubblico.
La cosa più facile, ma meno utile per l’I-
talia, è ridurre il debito pubblico, utilizzan-
do il risparmio privato.
Queste considerazioni non vogliono esal-
tare  la  situazione  economica  del  nostro
paese, ma solo ridimensionarne la gravità
comparata e indicare i vantaggi su cui ope-
rare per la crescita: risparmio privato e me-
die imprese, da capitalizzare e finanziare
per una crescita aggressiva, per creare oc-
cupazione,  ricchezza  e  ridurre  il  debito
pubblico con la crescita economica.
Ridurre il debito prelevando ricchezza
privata significhebbe, in una situazione di
crisi come quella attuale, non stimolare il
privato bensì il pubblico a intervenire nel-
l’economia e veder crescere nuovamente il
debito. Sacrificando due vantaggi che ab-
biamo soprattutto noi: risparmio e medie
imprese uniche nel mondo. Che forse “fan-
no gola” a molti.
Ettore Gotti Tedeschi

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