12 ott 11

C’è del moralismo platonico nell’avversare tutti i condoni

 

L a  reazione  ai  condoni  fiscali,  a  quelli
previdenziali e a quelli edilizi, dei perso-
naggi che contano, della politica progressi-
sta  ma  ora  anche  di  quella  leghista  e  del
Gotha dell’economia, sono di natura etica. Il
condono sarebbe immorale perché beneficia
coloro che hanno violato le leggi e, assolven-
doli,  li  incita  a  nuove  violazioni.  Non  vale
obiettare  che  se  nel  nuovo  regime  ci  sono
nuove misure deterrenti, il condono aumen-
ta anziché diminuire il rispetto delle leggi.
Loro rispondono che comunque ciò viola i
principi morali e degrada la comunità. Dun-
que niente condoni anche se servono a risol-
vere problemi finanziari drammatici evitan-
do costi economici peggiori. Il fine non può
giustificare i mezzi, secondo questo ragiona-
mento. Non si deve fare l’analisi costi-bene-
fici ma quella bene/male. Al calcolo econo-
mico va sostituito il paradigma etico. Se que-
sto criterio si generalizzasse a tutte le scel-
te di politica economica bisognerebbe licen-
ziare gli esperti, più o meno competenti, di
economia, diritto e politica che se ne occupa-
no e farle gestire da “moralisti” . Ma chi so-
no questi esperti di etica, chi garantisce che
la loro etica sia quella giusta? Ammesso che
loro conoscano la vera etica, come nuovi So-
crate,  chi  farebbe  gestire  un  ristorante  da
Socrate  anziché  da  Santippe?  Coloro  che
comprano i titoli del nostro debito pubblico
lo fanno sulla base di scelte etiche oppure di
convenienza economica? Siamo nella città di
Dio o in quella degli uomini?
Prevedo l’obiezione: la gente per pagare
le imposte vuole che esse siano giuste, se ha
la sensazione che ci sia un’ingiustizia tribu-
taria, derivante dall’assoluzione del peccato
di evasione fiscale, si alimenterà l’immora-
lità tributaria. Questa tesi funzionerebbe se
le imposte fossero il prezzo dei servizi pub-
blici, che i cittadini desiderano avere. Ma
noi paghiamo le imposte e i contributi socia-
li per i pensionati baby e la distribuzione
del carico fiscale e contributivo che deriva
dai “doveri redistributivi”, è del tutto arbi-
traria, mentre le spese redistributive sono
piene di arbitrii. Sin qui la materia fiscale
e previdenziale. Ma dove sta la logica etica
della  opposizione  ai  condoni  edilizi?  Essi
potenzialmente riguardano due tipi di situa-
zioni: gli immobili “abusivi” perché non pre-
visti dai piani regolatori e gli ampliamenti
e mutamenti di destinazioni di uso.
Questi immobili sono attualmente utiliz-
zati, ma non pagano le imposte perché fuo-
ri legge. Inoltre, essendo clandestini, si pre-
stano a usi di economia sommersa. No, di-
cono i vari Gian Antonio Stella, questi im-
mobili illegittimi vanno abbattuti. E il “mo-
ralista” spiega che essi “deturpano il pae-
saggio”. A me non sembra che l’abitato fitto
di Gubbio deturpi la collina su cui le case
sono abbarbicate e asserragliate. Chi è l’ar-
bitro del paesaggio? Il piano regolatore lo
ha fatto Platone? Allora si abbattano davve-
ro tutti questi edifici e si cerchi il luogo per
mettere le macerie, senza deturpare il pae-
saggio. Ancora peggio nel caso dei cambi di
destinazione e degli aumenti di cubature av-
venuti  negli  immobili  esistenti.  Dobbiamo
abbatterne una parte e abbassare le altez-
ze? Legalizzando questi immobili, ci sareb-
be più gettito fiscale, meno offerta di immo-
bili per l’economia sommersa, più certezza
del  diritto,  più  mercato,  perché  i  titoli  di
proprietà e i contratti funzionano meglio.
Il macellaio, dice Adam Smith, non ci ven-
de la carne buona perché ci vuol bene, ma
perché siamo suoi clienti e vuole che tornia-
mo da lui a comprare. Se vediamo che i con-
doni servono a migliorare la condizione fi-
nanziaria dell’Italia e far emergere pezzi di
economia sommersa non pensiamo che il go-
verno favorisce i furbi, ma che aiuta tutti a
star meglio. E’ il macellaio furbo che ci dà la
carne buona ed è di lui che abbiamo fiducia.
Francesco Forte

 

Un condono? Solo a patto che poi si riduca la pressione fiscale

L a frase più abusata a proposito dei con-
doni è che “questo sarà l’ultimo”. Eppu-
re, se davvero fosse l’ultimo, il condono pro-
posto da alcuni settori del centrodestra po-
trebbe  essere  accettabile.  In  fondo,  come
scriveva Samuel Beckett, “c’è un’ultima vol-
ta anche per le ultime volte”. Per digerire
una sanatoria fiscale, occorre partire da una
comprensione delle cause. Se infatti la cau-
sa prossima è l’esigenza di trovare soldi per
l’erario  senza  bastonare  ulteriormente  gli
italiani già asfissiati dalle tasse, vi sono ra-
gioni profonde con le quali il paese sembra
non riuscire a fare i conti. La prima è che,
nonostante tutto, se la gente evade è perché
il beneficio atteso è superiore al rischio e al-
la eventuale sanzione. Ognuno può interpre-
tare questa banale osservazione come gli pa-
re – e molti arrivano alla conclusione frusta
e frustrata da decenni di tentativi fallimen-
tari di inasprire le sanzioni e moltiplicare i
controlli. Alcuni dati di fatto vanno comun-
que  considerati.  Per  esempio,  i  numeri
usualmente sventolati per magnificare i ri-
sultati della lotta al sommerso (nel 2011, en-
nesimo anno record, sarebbero 11 i miliardi
fatti emergere dai Sopranos del fisco) sono
virtuali:  solo  una  frazione  entra  effettiva-
mente nelle casse dell’erario, che tra l’altro
perde più della metà dei ricorsi (nel 2007, il
58 per cento). Inoltre, l’evasione fiscale non
è una variabile indipendente, ma è legata al-
la pressione fiscale e alla complessità del si-
stema tributario (da cui dipende) e alla cre-
scita economica (che può influenzare).
Per il rapporto dell’Ocse “Taxing Wages”,
un lavoratore single con uno stipendio me-
dio lascia allo stato il 46,9 per cento del sa-
lario, contro una media Ocse di 11 punti in-
feriore. Un contribuente ad alto reddito per-
de  52  centesimi  per  ogni  euro  dichiarato:
l’incentivo a evadere è “built in”. Non par-
liamo, poi, dei costi: secondo la Banca mon-
diale, per pagare le tasse ci vogliono media-
mente 285 ore all’anno, contro le 199,3 della
media Ocse. L’evasore, insomma, non è un
deviante  patologico,  ma  la  manifestazione
fisiologica della nostra “normalità fiscale”.
Lo stesso Fondo monetario internazioale si
è raccomandato di “semplificare il sistema
fiscale allo scopo di sostenere la crescita e
migliorare la correttezza fiscale”. Poi c’è il
modo in cui la lotta all’evasione è condotta.
Sulla  Stampa,  Luca  Ricolfi  ha  scritto  che
“far pagare gli evasori” è “l’ultima zattera”
di “un ceto politico che non sa più che pe-
sci pigliare”.
Come  minimo  la  caccia  al  nero  implica
l’impiego di mezzi e risorse sui quali non è
enorme la trasparenza. Per giunta, ogni eu-
ro riscosso è sottratto alle attività produttive
e, dunque, ha inevitabilmente effetti reces-
sivi.  A  meno  che  non  esistano  meccanismi
automatici e a prova di bomba in virtù dei
quali esso viene restituito all’economia per
mezzo di riduzioni fiscali o misure analoghe
– che è esattamente il punto del condono.
La periodicità dei condoni e la loro relati-
va inefficacia è conseguenza diretta di un fi-
sco esoso e bizantino. Perché questo sia dav-
vero l’ultimo, bisogna che esso non sia dise-
gnato per “fare cassa facile”, ma venga inter-
pretato  come  lo  strumento  per  acquistare
tempo e ottenere risorse. Risorse per mitiga-
re l’emergenza e tempo per riformare davve-
ro il sistema tributario nel senso dell’equità
e della semplicità. In altri termini, un condo-
no può avere senso solo se è parte di un pat-
to esplicito e credibile: se, cioè, serve a ridur-
re la pressione fiscale sul lavoro e sulle im-
prese attraverso una più ampia revisione del
meccanismo tributario. Le imposte vanno ta-
gliate di numero e per entità, accompagnan-
do le entrate “spot” (condono e privatizzazio-
ni) a robuste misure pro crescita (liberalizza-
zioni e riforma fiscale). Tale promessa va si-
gillata con qualcosa di più delle parole: per
esempio, una norma che subordini nuove sa-
natorie a un voto delle camere a maggioran-
za qualificata. Per uscire dal vicolo cieco, bi-
sogna  sostituire  regole  cattive  con  regole
buone. Il problema non è il condono in sé: è
che sia l’ennesimo dopo il quale ne arriva un
enne-più-unesimo.  Il  vero  rischio  è  che,  se
verrà, anche questa volta vada sprecato.
Carlo Stagnaro

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1 commento.

  • choky scrive:

    Il condono mi ricorda molto la confessione.
    Ed il perdono.
    Agisci male, tanto poi arriva il perdono.
    Ma con la confessione c’è il pentimento o per lo meno il rammarico.
    Con il condono invece si continua imperterriti, ripetutamente, ad agir male, magari spinti da professionisti dell’edilizia e da consulenti finanziari che non soltanto non si rammaricano, ma continuano a farlo come mestiere.
    Insomma, la colpa e la responsabilità sono un po’ di tutti.
    E si si cominciasse a non perdonare piu`?
    Insegnando che fare tuttociocheprevedeilcondono nonècosabuonaegiusta e chequindiva punita ?sempre !?
    Tutto cio’ non sarebbe realista, economicamente, finanziariamente, edilmente…., secondo alcuni ,ma quanto farebbe bene al Cittadino !
    di oggi e a quello che verrà !




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