G entile Wergin, accogliamo con piacere la sua proposta di un patto fra cittadini dei nostri paesi che sopravanzi l’insipienza dei rispettivi ceti politici, perché è animata da nobili intenzioni almeno quanto gratuita e irrealizzabile. Comprendiamo anche l’irritazione di cui lei si fa portavoce presso noialtri scialacquatori del Mediterraneo, figli legittimi di un sistema sociale e corporativo novecentesco non più sostenibile nel mondo degli scambi globali e del capitalismo bancocentrico. Avete qualche ragione, voi del nord, quando ci richiamate a uno stile di vita più sobrio e trasparente come precondizione per convincere i virtuosi d’Europa a farsi carico dei nostri debiti stratificati e soffocanti. Vi sentite presi per i fondelli dalle innumerevoli scappatoie attraverso le quali i nostri politici cercano di eludere gli impegni rigoristi assunti in sede comunitaria. Sicché ora ci dite: prima dimostrate di sapervi aiutare da soli, autoriformatevi, tagliate, vendete, liberalizzate, fatevi dare gli scontrini fiscali e smettetela di lamentarvi salvo poi barare al gioco appena voltiamo lo sguardo; dopodiché forse avrete da noi altre garanzie per salvarvi dalla bancarotta. Sta bene, ultimatum accettato. Ciò detto c’è da chiedersi se davvero possiamo illuderci che questo testacoda pauperista e a tinte fosche – che voi chiamate rigore e a noi eredi del Rinascimento sembra il soggetto di un dipinto tardo cinquecentesco rabbuiato dalle guerre di religione – possa bastare a restituirci prosperità e sicurezza. Qui al Foglio coltiviamo una certezza e qualche dubbio. La certezza è che non si debba lasciare inascoltata la polemica rivolta dai liberal americani come Paul Krugman, o dai banchieri di establishment britannici come Adam Posen (New York Times di ieri), contro il feticcio dell’austerity. Che non sempre coincide con il risanamento e più spesso si svela come testardaggine monetaria (la paura matta dell’inflazione dalla quale vengono paralizzati gli Istituti centrali europei, a cominciare dalla casa madre francofortese, così lenta e contraddittoria nel prendere le misure ai debiti sovrani) e come cieco moralismo. E’ lo stesso moralismo – ma qui entriamo nel campo dei dubbi – che affiora di tanto in tanto anche nella sua lettera, caro e gentile Wergin, quando alla rappresentazione romantica del popolo italiano e di quello greco tiene dietro una pedagogia sommaria e didascalica. Quasi a dire: fratelli meridionali, terroni del Continente, il carnevale è finito, adesso meno colore e più braccia sottratte all’ozio. Queste braccia, le nostre braccia, hanno fin dapprincipio accompagnato la nascita di una Eurolandia germanocentrica, costruita secondo le misure (e i costi comuni) di una capitale riunificata (Berlino), e amministrata da un condominio litigioso (Commissione, Bce, Consiglio degli stati) nel quale si è deciso di unificare le direttive politico-finanziarie senza prima concepire gli strumenti per socializzare una quota delle perdite. Abbandonare adesso gli insolventi, o anche soltanto minacciare di farlo, invece di addomesticare i debiti insanabili e porsi unitariamente il problema della crescita futura, significa comportarsi come i leghisti italiani (italianissimi) con gli abitanti del sud Italia. Noi non siamo leghisti, e voi? Alessandro Giuli
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avete detto…