Quando nel 2005 Margaret Thatcher ven-
ne presentata a David Cameron, dopo
che quest’ultimo era stato eletto leader del
Partito conservatore, osservò incredula:
vatore: non porta la cravatta”. Aveva ragio-
ne. Chi si veste in modo così informale e
trascurato, come facevano abitualmente “i
padroni dell’universo” nella City e a Wall
Street negli anni Zero del nuovo Millennio,
potrebbe essere altrettanto informale e tra-
scurato – come in effetti è stato – da dimen-
ticare che l’argomento decisivo per una
banca o un istituto finanziario è: la Fiducia.
Chi aveva previsto la crisi del 2009 aveva –
consciamente o addirittura inconsciamen-
te – colto questo segno semiologico dei
tempi. In ogni momento, ciascuno di noi
esegue undici milioni di connessioni si-
naptiche inconscie, ma è in grado di fare
solo quaranta pensieri razionali consci. Il
signor Darcy aveva una rendita di dieci mi-
la sterline l’anno perché l’era delle Guer-
re napoleoniche era stata un periodo di
boom. Lo sappiamo perché Elizabeth Ben-
net indossava, senza corsetto, abiti stile
impero fluttuanti in seta marezzata traspa-
rente trattenuti da un nastro fissato sotto il
seno, di cui rappresentava l’unico soste-
gno. Non stupisce che il nuovo, audace val-
zer fosse considerato una forma di copula
sulla pista da ballo. Tuttavia, per gli specu-
latori finanziari da quelle morbide curve
ballonzolanti colava oro, perché la moda
femminile è un utile indicatore finanziario
delle mutanti condizioni economiche mon-
diali. Prendiamo il XX secolo. Il boom dei
ruggenti anni Venti vede le “flapper” in-
dossare minigonne con un’impalcatura sot-
tostante ridotta ai minimi termini. Addirit-
tura, il primo reggiseno era rappresentato
da due fazzoletti legati insieme.
Durante la Grande Depressione, invece,
imperavano gli abiti da sera lunghi e attil-
lati, mentre per il giorno le donne preferi-
vano indossare gonne più lunghe: segno in-
conscio della maggiore protezione che si
cerca, istintivamente, nei periodi di crisi.
Gli anni Cinquanta hanno visto abiti como-
di e protettivi. L’epoca eisenhoweriana del-
la prosperosa pruderie è stata dominata
dalla gonna svasata tre quarti (civettuola,
ma sicura), non da ultimo in virtù di un’in-
dustria della corsetteria fatta di pancere
contenitive e reggiseni appuntiti che usava-
no più gomma dell’industria automobilisti-
ca americana. Il produttore cinematografi-
co Howard Hughes mise a frutto tutta la
sua esperienza di progettista aeronautico
per confezionare un reggiseno per la sua fi-
danzata, nonché star hollywoodiana, Jane
Russell, che le consentisse di superare la
rigida censura del codice Hayes, che preve-
deva che il seno rimanesse immobile sullo
schermo in qualsiasi situazione.
Gli anni Sessanta hanno visto l’esplosio-
ne delle minigonne di Mary Quant. Questi
anni d’oro si sono trasformati intorno al
1970 negli anni di piombo, quando l’infla-
zione salì al 25 per cento e le gonne scese-
ro a toccare il pavimento. Nella battaglia
tra il produttore sindacalizzato e il consu-
matore privatizzato dei thatcheriani anni
Ottanta hanno avuto la meglio le spalle
ampie imbottite e i capelli cotonati. L’inti-
mo, spesso color porpora, era un segno di
potere personale, “perché io valgo”. Il de-
cennio boom dal 1994 è stato segnato da
quelli che si potrebbero definire “anni
dai facili costumi” (“Sex & the City”), ca-
ratterizzati dall’invalidante feticismo po-
dologico dei tacchi alti, perché “sono trop-
po ricca per dover camminare”. Nella mo-
da esplode un mix di costoso, anoressico,
“simil-chic”, con scarpe traballanti, reggi-
seni dolorosamente costrittivi e tanga tan-
to sottili da poter dimenticare di averli ad-
dosso, il tutto sognando di diventare la
moglie trofeo di un banchiere o di un cal-
ciatore (gli eroi del momento). L’insosteni-
bilità di questa situazione, in cui ci si ri-
trova a essere un tacchino legato pronto
per essere farcito, si è materializzata nel
2008, quando il boom si è trasformato in
tracollo. Ora, un attento lettore del mer-
cato avrà notato che la vendita di tanga è
calata notevolmente dal 2004 per registra-
re oggi un meno 27 per cento (come i mer-
cati), mentre quest’anno, in piena crisi,
Marks & Spencer ha venduto 500 mila paia
di mutande coprenti e protettive. Sembra
che anche le gonne si stiano adattando al-
la crisi. Quindi, quando ci si sofferma al-
l’angolo della strada a guardare le ragaz-
ze che passano (come cantava Dean Mar-
tin in: “Standing on a corner watching all
the girls go by”) si stanno ovviamente stu-
diando i mercati finanziari.
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Uri





Noi Cani siamo sempre nudi, eppure viviamo lunghi momenti di depressione economica alternanti a istanti di euforia borsistica….
Forse perchè la nudità à per noi la norma.
Dobbiamo augurarci una nuova era di pseudopornomoda seguita da crescita. O è forse la crescita che porta a nuova moda di “facili costumi” ?
O forse è solo un sogno?