22 lug 11

N egli Stati Uniti uno smartphone su tre «gira» sulla piattaforma Android, che significa Google. Ma, ormai, non è più solo una questione tecnologica. Il grande salto del software gratuito e adattabile a tutti i telefonini sta producendo due cambiamenti profondi. Primo: i confini del grande mercato mondiale si stanno spostando, con poche società che occupano enormi territori spesso inesplorati. Un po’ come fecero le potenze coloniali quando si spartirono i continenti a cavallo tra il XIX e il XX secolo.

Da una parte c’è l’iPhone di Apple che si è insediato soprattutto nelle fasce dei consumatori più ricchi, offrendo un prodotto chiavi in mano, ma senza possibilità di variazioni. Chi compra il telefonino della società fondata da Steve Jobs non potrà che usare (a pagamento) le applicazioni incorporate. Come dire: carrozzeria e motore sono una sola, inscindibile cosa. Una scelta commerciale e di marketing che ha pagato nei mesi scorsi, fino a portare la quota di mercato della piattaforma operativa di Apple al 26,6%.

Ora, però, il ritmo di sviluppo sta rallentando in modo evidente: l’incremento del trimestre febbraio-maggio (ultimi dati disponibili) è stato pari all’ 1,4%. Il blocco Android-Google, invece, è in piena espansione. Nello stesso periodo le vendite sono aumentate del 5,1%, portando la quota di mercato al 38,1%. Tutti gli altri operatori stanno scendendo: Rim, la società del Black-Berry scende del 4,3%(quota del 24%), mentre Microsoft arretra fino al 4,8%. Sono solo i primi segnali, sostengono gli esperti. Nei prossimi mesi l’avanzata di Android potrebbe essere travolgente.

I paragoni si sono sprecati: l’iPhone sarebbe la fuoriserie per pochi eletti, Android l’utilitaria per le grandi masse. «Aristocrazia» contro «democrazia» e così via. La realtà è che il software gratis di Google oggi è adottato da oltre 300 apparecchi, tra telefonini e tablet di varia natura; l’iPhone, invece, non esce dal ristretto recinto (poche unità) dei prodotti Apple. Si calcola che in tutto il mondo gli utenti abbiano già scaricato oltre 100 milioni di applicazioni Android ed è facile indovinare a chi si rivolgeranno i 330 milioni di cinesi (giusto per fare un esempio) che stanno per buttare le vecchie scatolette (solo telefonate ed sms) e si preparano a compra- re uno smart .

Ma sotto la superficie dei numeri sta maturando un secondo cambiamento radicale, che coinvolge gli assetti economici e industriali di una lunga filiera di operatori: costruttori di computer, fabbricanti di telefonini, compagnie telefoniche, provider di Internet. Più tutto l’enorme indotto di «creativi» (Internet designer). Nel 2005 uno dei fondatori di Google, Larry Page, partecipò a un seminario nella «sua Università di Stanford, in California e rimase molto colpito dal discorso di un ex ingegnere della Apple, Andy Rubin (oggi 48 anni) che parlò di un sistema operativo «universale» e da distribuire gratuitamente. Pochi mesi dopo Page e il socio Sergey Brin con 50 milioni di dollari si portarono in casa Rubin e la sua «software house» , Android.

Sei anni fa, un altro mondo. Internet ruotava su un miliardo di computer distribuiti sul pianeta, mentre i 2 miliardi di telefonini attivi erano di fatto esclusi dalla rete. Oggi le cifre si sono capovolte: 5 miliardi di cellulari sono già (o lo saranno prossimamente) online. Che cosa significa tutto questo? Intanto che, probabilmente, andrebbero riviste le antiche distinzioni tra old new economy . L’assetto di Google del 2005, per esempio, oggi fa parte della «vecchia» industria, se si guarda ai nuovi sviluppi, alla «internettizzazione» delle telecomunicazioni, all’affermarsi di un modello ibrido, in cui si confondono manifattura (telefonini), servizi (le reti) e creatività (applicazioni del software). Se questi sono i risultati «dell’effetto Android» (nuovi equilibri di mercato, nuovo modello di business), resta da chiarire la domanda base: da dove vengono i soldi, visto che è tutto gratis? Questa volta la risposta non cambia: dalla pubblicità. Il volano di Google è semplice: più utenti usano il motore di ricerca, maggiori sono le inserzioni (quindi i ricavi) pubblicitari. Android non è altro che il veicolo per trasformare accaniti «telefonatori» in assidui «ricercatori » su Internet. Il passaggio sta assumendo ritmi tumultuosi: ogni anno i clic di ricerca sugli smartphone si moltiplicano di dieci volte. Si stima che Android abbia già procurato introiti pubblicitari per 133 milioni di dollari nel 2010, con una proiezione di 1,3 miliardi di dollari nel 2012. Il presidente esecutivo Google, Eric Schmidt, sostiene che, in pochi anni, la piattaforma inventata da Rubin possa arrivare a un contributo 10 miliardi di dollari, a fronte dei 28 miliardi incassati quest’anno da Google attraverso i canali tradizionali dei pc. Ma quel punto, forse, non avrà più senso parlare di Google di Android, ma di una nuova «cosa» : la chiameremo «Googloid» ?

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1 commento.

  • choky scrive:

    Mah ?! io leggo solo la pubblicità di cosmetici e alimentazione equilibrata per cani e poi il mio padroncino non me li compra.
    Dice che i cani debbono stare al loro posto e…tacere !




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