11 mag 11

Lo sapevo anche prima del tragico evento: il kebab è un pericolo mortale. Non solo per
bambini italiani a cui genitori disorientati infliggono nomi e cibi stranieri: il kebab
uccide l’identità nazionale. Scrive Carlo Petrini che “la cucina contiene ed esprime
la cultura di chi la pratica, è depositaria delle tradizioni e dell’identità di un grup-
po. Autorappresenta e comunica”. Quindi chi va dal kebabbaro taglia le radici che
lo nutrono, si cancella dall’anagrafe comunitaria e si autorappresenta come isla-
mofilo: se aspetta un figlio, al trecentesimo kebab ingollato gli si potrebbe insinua-
re nella mente il pensiero di chiamarlo Mohammed, altro che Christian. Non ne fac-
cio pertanto un problema di igiene (che pure) o di scarsa qualità degli ingredienti
(idem). Sarebbe buono e soprattutto giusto che a turchi, arabi e pachistani si impo-
nesse il rispetto delle regole a cui devono sottostare i tartassatissimi commercian-
ti indigeni, ma non basta, c’è dell’altro, non si può ridurre a questione legale un’e-
mergenza culturale. La rete sempre più ramificata di kebabberie si configura come
metastasi urbana che, negandoli, aggredisce due pilastri della nostra civiltà: l’Alcol
e il Porco. Vino e prosciutto, birra e salsiccia hanno per secoli riempito pance e scal-
dato cuori in quei capisaldi della vita italiana che sono le osterie (generose di sa-
lumi e bevande spiritose anche quando denominate bar). Non è possibile fare a me-
no di un simile bere e di un simile mangiare, a meno che non si voglia fare a meno
di noi stessi. C’è poi la questione del fetore, il puzzo rivoltante emesso dagli antri le-
vantini in direzione del passante indifeso. Tu, kebabbivoro, vuoi suicidarti? Fa’ pu-
re, entra e strafogati, ma il lezzo della tua decomposizione morale non deve giun-
gere alle mie nari. Siccome il lezzo immancabilmente giunge, il kebab invadente, inquinante e assassino va proibito.

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