8 gen 11

Del problema del reddito non si discute quasi mai. I partiti di sinistra dicono che serve una politica che crei più occasioni di lavoro e che riduca il precariato. I partiti di destra dicono che la condizione per creare nuovo lavoro è favorire le imprese e dunque comprimere i salari e i diritti dei lavoratori. Né gli uni né gli altri hanno neppure la minima intenzione di prendere il toro per le corna. Qual è il toro? È la certezza che lo sviluppo sta portando le società globalizzate verso assetti economici che progressivamente diminuiranno e non aumenteranno le necessità di lavoro. In particolare di lavoro manuale. È un disastro o è una grande occasione? È chiaro che è una occasione. Il fatto che l’umanità sia in grado di produrre una maggior quantità di ricchezza con una minor quantità di lavoro (di fatica) è una buona notizia. Potremo tutti lavorare di meno e guadagnare di più. Tutti? Dipende dai criteri coi quali si distribuirà la ricchezza creta. E questi criteri bisogna decidere chi li stabilisce: la politica o l’impresa? La democrazia o il mercato? La destra dice: l’impresa, il mercato. È normale che dica così. La sinistra invece tace. E questo crea un inaudito squilibrio nello scontro politico-sociale.

Il problema è che la sinistra, a partire dai sindacati, non si vuole convincere che il lavoro non è più il centro di tutto. E che è un suicidio restare nel vecchio schema che “giustizia sociale”, “dignità individuale”, “distribuzione del reddito” sono tutte subordinate del “lavoro”. Semplici subordinate. Cioè che solo il lavoro e la distribuzione del lavoro sono la fonte dell’uguaglianza e della libertà. Non è più così. O si ha la capacità di distinguere tra lavoro e libertà, lavoro e dignità, lavoro e reddito, o le carte sono tutte in mano agli imprenditori, al mercato e alla destra. Decidono loro, e ai giovani resta solo la possibilità di sottomettersi, di accettare un futuro gramo e di obbedienza.

 

Come si fa a distinguere tra lavoro e reddito e diritti? È il welfare la soluzione. L’urgenza è quella di disegnare un nuovo welfare. Che in linea di principio, in tempi ragionevoli, garantisca il reddito minimo a tutti. E assuma interamente su di sé la responsabilità della giustizia sociale. Sarà un welfare più costoso? Certo che costerà dei soldi, ma è impossibile pensare a una redistribuzione della ricchezza – che c’è, è tanta, ed è concentrata in poche mani – senza l’intervento dello Stato e lo strumento fiscale.

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