4 nov 10

C’era una volta un re Travicello che governava il Popolo convinto di essere lui stesso il Popolo e che il Popolo e le figlie del Popolo e tutte le cose del Popolo fossero roba sua. Sinceramente innamorato del Popolo ovvero di sé, escogitava leggi per il bene del Popolo e dunque di se stesso e per impedire che qualcuno potesse punire eventuali malefatte del Popolo cioè sue. Da vero sovrano laico, riteneva che il Popolo fosse più grande di Dio e che, se era il caso, fosse meglio bestemmiare Dio che il Popolo ovvero se stessi. Dopo qualche tempo, il Popolo — quello vero — cominciò a dar segni di malessere e d’insofferenza nei suoi confronti, a mostrare desiderio che lui se ne andasse a casa, che si ritirasse in una delle sue tante Case del Popolo. Ma i suoi nemici, giustamente esasperati dalle sue megalomanie sempre più ripugnanti, si dimostrarono così stolti da mettersi a parlare tutto il tempo di lui, contro di lui, solo di lui, facendogli il regalo di sentirsi sempre più il Popolo, il protagonista del mondo, di gonfiarsi come il re delle rane della favola, ma senza scoppiare. Non si poteva accendere la televisione senza vedere o lui, il Popolo, che straparlava o i suoi nemici che ripetevano — sia pure per deplorarli — i suoi strafalcioni; diventava sempre più difficile passare la serata vedendo un onesto film anziché il Popolo e gli amici, pardon, i nemici del Popolo. Così alla fine il Popolo, che aveva finalmente cominciato a stancarsi delle sconvenienze del re Travicello, finì per stancarsi di sentir parlare solo di lui e lo aiutò, sia pur di malavoglia, a restare sul trono, per disgrazia di tutto il Popolo — è troppo presto per dire se, alla fine, anche sua.

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