Usciamo dal dogma liberista
e antistatalista
DI NICOLA LATORRE
Non sappiamo quando la crisi del governo sarà formalizzata. Possiamo
però affermare sin d’ora che non siamo davanti a una normale crisi politica, ma
al termine di una stagione politica.
Questo ci dicono lo scontro interno al destra, la rottura del Pdl, il nervosismo di Bossi. Ma il
declino di Berlusconi coinciderà con la fine del berlusconismo? E cos’è stato il berlusconismo?
L’avvento di Berlusconi è stato preceduto e favorito da una ristrutturazione della politica, dell’economia e persino della cultura di segno nordista che ha preso
avvio dalla crisi del ’92 in base all’idea che per curare i mali italiani occorresse meno politica, meno Stato, dunque meno democrazia e più decisione.
Nasce di qui il paradosso di una stagione politica, la cosiddetta Seconda Repubblica, che si è affermata in nome del cambiamento, ma che nella realtà ha cambiato ben poco. Né poteva farlo, dopo aver messo al bando gli stessi strumenti di ogni possibile azione riformatrice: il ruolo dello Stato, dipinto come assistenzialismo, l’intervento pubblico in economia, bollato come statalismo, la stessa mediazione politica, demonizzata come consociativismo. In base a queste tesi ha vinto un’ideologia che assume anche in politica il dogma dell’efficienza del privato in contrapposizione alla presunta inefficienza e corruzione del pubblico. …
La grande sfida davanti a noi oggi è quella di smontare questa spietata ristrutturazione
politico-culturale e offrire al Paese una nuova speranza – un “Progetto per l’Italia” – e su questo costruire alleanze politiche e sociali. Una sfida che può vincere una nuova classe dirigente, nuova perché capace di parlare e soprattutto di pensare in modo nuovo.
Tre le parole chiave di questo progetto: unità, legalità, uguaglianza. Unire il Paese è la prima missione della nuova classe dirigente. La destra ci consegna un’Italia in cui sono aumentate tutte le distanze sociali, culturali e territoriali. Un Paese più debole e più ingiusto. Ma c’è ancora chi pensa che possiamo tornare “competitivi” senza affrontare il dualismo Nord – Sud? Magari confidando in un federalismo in cui ognuno pensa per sé e nessuno per tutti? Davvero possiamo illuderci di governare i cambiamenti prodotti dalla globalizzazione senza un nuovo patto tra tutte le forze sociali, con un mondo del lavoro unito in tutte le sue espressioni, anche sindacali? In cui il lavoro non torni a essere un valore, che oltre ad affermare la dignità di uomo del singolo,sia anche motore di una azione collettiva, di una crescita non solo economica? Ma crediamo davvero di
poter ritrovare un futuro senza una nuova etica pubblica, un nuovo civismo i cui simboli sono anche
straordinari eroi italiani come Angelo Vassallo?
….Rischiamo un pauroso ritorno al passato se non saremo capaci di affermare una visione diversa della società e della politica, conflittuale perché democratica, che decide e cambia le cose perchè fondata sulla cultura della rappresentanza e non sul culto della rappresentazione simbolica. Vorrei che nel Pd e nel centrosinistra si parlasse di questi temi, anche per smaltire gli effetti di una pedagogia negativa di cui la mia generazione porta la prima responsabilità, e i cui segni si continuano ad avvertire, purtroppo, anche nelle nostre discussioni di questi giorni con un preoccupante tasso di
personalizzazione e a volte con pulsioni antipolitiche, al limite dell’autodenigrazione
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Uri





Chi di voi ha letto flatlandia?
Ma questa è la conclusione; ricominciando dall’inizio, vero La Torre è chiaro, vero nemmeno io vorrei (di nuovo) la sua italia; ma è anche che vero che neppure questa mi soddisfa. L’impatto di berlusconi non può essere ridotto, come fa La Torre a un banale qualunquismo nordista, egoista e di fatto plutocratico; ma è anche vero l’italia di oggi non è bella, nè le riforme sono di ampio respiro, nè si respira un’aria di “nuovo stato nascente”. A fronte di questo come si fa a non essere d’accordo con alcune cose di La Torre come “un nuovo patto tra tutte le forze sociali, con un mondo del lavoro unito in tutte le sue espressioni.. lavoro torni a essere un valore, che oltre ad affermare la dignità di uomo del singolo,sia anche motore di una azione collettiva, di una crescita non solo economica…” Ma queste sono solo banali parole di buona volontà che possono significare tutto e il contrario di tutto. Purtroppo è vero: le riforme non sono soddisfacenti, si sentono poco, ma, con tutta l’obiettività possibile, la ricetta di LaTorre sa di restaurazione, forse non è Vischiana, ma restaurazione resta.
E allora torno ad Flatlandia.
Io mi sento molto fuori ruolo e posizione in questa politica. Ho l’impressione che Berlusconi abbia dato una spallata al vecchio schema e aperto nuovi spazi: però la sua rivoluzione, così come la restaurazione “civile” di La Torre, si muovono sempre sullo stesso piano, come il braccio di un pendolo: ed è per questo che le riforme non si faranno mai, perchè ci sarà sempre una forza di attrazione opposta che riporterà il pendolo dall’altra parte: sempre, in andata e ritorno, passando per il centro. E’ il gioco della democrazia? non credo, almeno non del tutto: è il gioco del 900, che oggi nel 2010 è usurato.
Torno a Flatlandia davvero: mi sembra di essere come il quadrato di flatlandia: vorrei vedere, trovare qualcosa di più, di diverso, di inimmaginabile; ma intorno tutto è piatto: linee, triangoli, al massimo poligoni, ma nulla più; desidero qualcosa, che sono sicuro debba esistere, ma che non riesco a immaginare perchè mi mancano gli strumenti logici per pensarlo; manca, intorno a me, lo scarto, manca la consapevolezza di un’altra dimensione: siamo su un piano che inesorabilmente impedisce di pensare altro: di pensare la terza dimensione. Nel 94 credevo che berlusconi fosse lo scarto: ora sono convinto che sia stato solo l’oscillazione del pendolo.
Per questo, solo per questo, mi incuriosisce fini (e penso di essere l’unico in questo blog): al di là degli appartamenti e della mia antipatia storica per lui, mi incuriosiscono alcuni suoi cambi di idee, alcuni suoi miscugli ideologici ed anche il suo attuale percorso non lineare, nè comodo. Non credo che sia meglio di Berlusconi: semplicemente viene dopo, e, in periodo di cambio di secolo, venir dopo vuol dire molto. E non credo nemmeno che inventerà lui la sfera tridimensionale: però per ora è l’unica anomalia che vedo: e quindi l’unico potenziale innesco di qualcos’altro.
Paolot, hai dato respiro al blog! Grazie del contributo politico ai nostri pensieri. Aggiungo qualcosa appena possibile.
Riuscirò mai a pareggiare la tua facondia o Paolot?
Non non ho mai letto Flatlandia, anzi non ne conoscevo l’ esistenza (adesso intanto l’ho messo nella wish list del mio bookshop). E quindi non potrò confutarti sul piano dei pendoli, dei piani e dei solidi.
Però il tuo discorso politico è chiaro anche se non sono d’ accordo sulla via d’ uscita.
Certo nel 94 noi progressisti avevamo visto una luce di speranza nel Cav: promessa di una rivoluzione liberale (o almeno di qualche riforma liberale), della politica del fare e non del parlacciare, di uno stato meno invasivo, di minore imposizione fiscale come premessa di maggiore sviluppo (una ricetta thatcheriana sulla quale forse l’ Italia sarebbe stata in ritardo come sempre di 15/20 anni).
E allora tutti forza Cav, con schieramenti resi da “curva sud” dallo snobismo della sinistra (i conservatori) e della reiterata proposizione di leggine sulla giustizia.
E ogni volta però c’è qualcosa che ci impedisce di abbassare le tasse (non sono mica cieco, anzi la crisi l’ abbiamo per il momento tenuta a freno nonostante il ricorso alla CIG): una volta l’ 11 settembre, una volta la crisi lehman bros & co., la prossima chissà cosa sarà. Tutti adesso la vorrebbero questa diminuzione una volta avversata come la peste, e invece noi : “NO!”. Poila diminuzione delle tasse si è evoluta in generale riforma fiscale (“dalle persone alle cose”), ma neppure se ne accenna; dov’è il dibattito civile per capire cosa vogliamo? Zitti! Perfino il Prof. Tremonti!
Questa primavera Cav ci hai annunciato trionfante che avermmo avuto 3 anni per fare finalmente le riforme: sono passati già sei mesi e tutto mi sembra fermo.
Parliamo di riforme elettorali (e a chi importano se non alla casta), di scadenze per il lodo, per il processo breve (e per la sentenza Mills). Questo sembra regolare il prossimo calendario politico.
Parliamo di cognati a Montecarlo (o non ne parliamo), di Verdini, di Sole nelle Alpi, di Fini e Veltroni! Un po’ di pettegolezzo e un po’ di prima repubblica! Che barba! Che senso di inutilità di tutto: “porta a porta” non ci risveglia neanche schierando Dipietro e Gnazio! In realtà siamo annoiati.Poi arriva la Torre a spiegarci che nell’ Italia che vuole lui c’è molto più stato, molte più tasse e quindi molte più decisioni centralistiche, forse preferirebbe sovietiche (ecco mi pareva che questo punto fosse superato ma sembra di no.
Hai ragione, Paolot, ci serve uno scarto (ma positivo e vivo come quello del cavallo, non nel senso di rifiuto). Ma certo non ce lo potrà dare Fini, eterno bastian contrario, mai propositivo: ma avete sentito il famoso discorso di Mirabello che melensaggine? Non mi sembra vivace e non gli perdono di essere per lo Stato Pesante e Sonnolento. Non gli perdono di non sopportare i tagli di Tremonti.
Se fossi un conservatore avrei fiducia in Vendola, che può essere un Homo Novus, ma sono un progressista, devo sperare in Tremonti! Anche la Lega adesso è messa sotto tiro e non fa nulla per passare inosservata, forse perché la val Brembana vuole gesti e parole forti: non sono gaffe, sono frasi studiate!
Troviamo uno scivolo per il Cav: potrebbe ripararsi tra tre anni da qualche parte, dopo aver lanciato la Tav, il Ponte e aver finito il Mose, e potremmo allora avere un governo di borghesi, com’è nell’ Europa che inseguiamo e dove non esistono le “curve sud”: allo stadio si va con la divisa, ma stretti sullo stesso treno.