La lunga fine del sessantotto
L a disdetta da parte di Federmeccanica del contratto di lavoro del 2008 ha un forte significato simbolico, rappresenta una scelta di discontinuità rispetto a una tradizione quarantennale che risale al mitico ’68. Naturalmente di contratti metalmeccanici ce n’erano anche prima, ma quello originato dalle lotte di quel periodo ha segnato uno spartiacque, avviando anche una fase di tendenziale unità sindacale, sfociata poi in una sorta di pansindacalismo che entrò in crisi solo di fronte al decreto di San Valentino del governo di Bettino Craxi. L’effetto pratico della disdetta per i lavoratori metalmeccanici è pressoché nullo, visto che nell’autunno scorso è stata firmata una nuova intesa contrattuale attualmente in vigore. Questa, però, non è stata sottoscritta dalla Fiom-Cgil, che considera quindi valido il contratto precedente e che su questa base si oppone alle deroghe necessarie per favorire la ripresa produttiva. Il detonatore di questa rottura è stata la Fiat che con la vertenza di Pomigliano, conclusa da un referendum favorevole tra i lavoratori, ha reso obsoleto il precedente sistema di relazioni sindacali. Il sessantottismo operaista, già da tempo arroccato e isolato nel ridotto metalmeccanico, si sta sfarinando sotto i colpi di una iniziativa Fiat ritornata a essere schiettamente e duramente industriale. Anche l’altra grande trincea sessantottesca, quella della scuola facile con insegnanti che non giudicavano per non essere giudicati e dell’università improduttiva ma affollata di fuoricorso e di precari, comincia a sgretolarsi. I rivoluzionari di quarant’anni fa sono diventati i difensori più accaniti di meccanismi consunti, che ostacolano lo sviluppo e massimizzano le piccole nicchie e rendite di posizione. Parlano sempre di restaurare qualcosa o di ritornare a qualcos’altro, guardano perennemente indietro e così sono stati aggirati e superati da una tendenza pragmatica e costruttiva che vuole ricondurre il conflitto nei suoi limiti fisiologici, affermando anche gli interessi comuni alla crescita produttiva e culturale. Sono i fatti, le condizioni reali dell’economia e della competizione, le esigenze concrete di una formazione adeguata al mercato del lavoro reale che hanno travolto le utopie sessantottine rinsecchitesi nel conservatorismo. Gli atti formali, come la disdetta del contratto metalmeccanico, sono conseguenze di questi fatti e della rinnovata volontà di competere della grande industria.
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Molte cose si possono discu-
tere della pretesa della Fiat,
prontamente accolta, di abolire
la contrattazione nazionale. Però biso-
gnerebbe almeno riconoscere che al cuo-
re della cosa sta l’intenzione di riprende-
re tutto il potere sulla fabbrica, renden-
dola extraterritoriale rispetto alle regole
elementari della democrazia. Non impor-
ta che si pensi che sia un ritorno al pas-
sato o un autoritarismo novissimo, legato
alle occasioni che l’abbondanza planeta-
ria di lavoro a basso costo e a bassissima
dignità offre al capitale e a chi ce l’ha: si
tratta comunque di quel feudalesimo per
il quale la democrazia e la cittadinanza si
arrestano ai cancelli dei corpi separati,
delle case chiuse e delle galere, delle
scuole e dei collegi, delle zone militari,
dei cantieri e in generale dei luoghi sui
quali sono sospesi i diritti ordinari e co-
manda il padrone, interno di famiglia
compreso, piazze comprese, magari – al-
meno un ticket. Gli “eccessi” sindacali
fanno da giustificazione, dove davvero av-
vengono, o da pretesto, dove si inventano,
al dispotismo del comando, che è la mu-
sica cui irresistibilmente i padroni tendo-
no. A cavallo fra gli anni Sessanta e gli
anni Settanta fu messa in discussione e
largamente battuta questa regola padro-
nale e baronale, e non a caso le condizio-
ni in cui si lavora (o si studia, o si fa il mi-
litare e il poliziotto, o il medico e il pa-
ziente, il carcerato e il matto, il mezzadro
e la bracciante, la centralinista e la ba-
dante) diventarono così importanti, più
della stessa aspirazione salariale. Da al-
lora il tenore dei salari e in genere dei
pagamenti del lavoro dipendente è peg-
giorato sul serio, e si è accresciuto a di-
smisura il divario fra chi vive del suo la-
voro e chi del lavoro altrui.