21 ago 10

L’espressione “tassazione delle rendite
finanziarie”, per i redditi ricavati dai
titoli a reddito fisso e dalle azioni dell’a-
zionariato diffuso, è stata inventata per
screditare questi risparmiatori, come fos-
sero “rentiers”. La “rendita”, nel linguag-
gio economico, è il “surplus” come la ren-
dita della terra, un reddito non guadagna-
to, ma piovuto dal cielo. E’ noto che nella
cultura marxista i rentiers sono perversi
sfruttatori del popolo.
Pregherei dunque l’amministratore de-
legato di Intesa Sanpaolo, Corrado Passe-
ra, banchiere di alta qualità, e che anche
nell’intervista di ieri al Corriere della Se-
ra ha fatto osservazioni generalmente ac-
cettabili, di usare il termine neutro “red-
diti delle attività finanziarie”. Ciò preci-
sato, non mi pare che il regime di cedola-
re secca del 12,5 per cento su questi pro-
venti sia un trattamento di grande favore.
Infatti, per la tassazione degli interessi
sui titoli a reddito fisso, occorre tenere
presente che si tratta, per una parte, di un
reddito apparente, che costituisce il com-
penso per l’inflazione.
Con il tasso di in-
flazione all’1,7 per cento, una remunera-
zione nominale del 3 per cento corrispon-
de a una reale dell’1,3. Ora su mille euro,
al 3 per cento, gli interessi sono 30 euro. Il
12,5 di 30 euro è 3,75 euro. Sul reddito rea-
le di 13 euro si tratta del 29 per cento.

I dividendi delle azioni fanno parte dei pro-
fitti delle società, ove sono colpiti dall’im-
posta sulle società e dall’Irap. Il carico sui
profitti di queste due imposte, anche pre-
scindendo dalla quota di Irap sui costi del
lavoro, supera il 40 per cento. C’è un trat-
tamento di favore delle plusvalenze delle
azioni, che subiscono la cedolare secca
del 12,5 per cento, mentre non sono tassa-
te presso la società. Ma nel complesso, te-
nuto conto della doppia tassazione di di-
videndi, prima presso le società, con ali-
quote  non  dissimili  da  quella  massima
dell’imposta personale sul reddito, e poi
presso l’azionista,
colpito da cedolare sec-
ca, non mi pare che il reddito dell’aziona-
riato diffuso abbia un trattamento di favo-
re rispetto agli altri redditi.
E’ vero che nell’Unione europea si sono
ipotizzate aliquote di cedolare secca sui
redditi delle attività finanziarie dal 18 per
cento in su. Ma questa direttiva deriva dal
rifiuto da parte del mercato finanziario di
Londra di rendere noti i nominativi degli
investitori. E per i paradisi fiscali il prez-
zo del segreto bancario comporta una ce-
dolare  del  27  per  cento.  Non  bisogna
confondere questa patologia finanziaria
con la fisiologia tributaria. In ogni caso,
devo aggiungere che dal punto di vista del-
la teoria economica dell’imposta vi sono
solidi argomenti per tassare il reddito del
risparmio meno degli altri redditi. Infatti
questo reddito, dal punto di vista soggetti-
vo, è il compenso per la rinuncia a consu-
mare, ossia alla utilità soggettiva di quel
reddito. E, da questo punto di vista, tassa-
re il reddito mandato a risparmio e poi il
reddito frutto del risparmio, cioè della ri-
nuncia a godere della utilità del reddito, è
una doppia tassazione. Si può negare che
lo sia, dal punto di vista oggettivo, se si os-
serva  che  anche  per  la  produzione  del
reddito derivante da quello mandato a ri-
sparmio vi è un apporto del governo con le
sue spese. Ma non tutte le spese pubbliche
sono fattore di produzione. Le imposte sul
reddito che il reddito del risparmio deve
come compenso dello stato-fattore di pro-
duzione sono meno di quelle che servono
a finanziare l’intera spesa pubblica. Dun-
que il reddito del risparmio va tassato me-
no del reddito mandato a risparmio, per-
ché diversamente vi è una distorsione. E
comunque  i  soggetti  economici  normali
tendono a sottovalutare i bisogni futuri e a
risparmiare meno di quel che farebbero
se l’io-presente si identificasse perfetta-
mente con l’io-futuro.
So bene che la teoria che ho esposto,
che risale a economisti obsoleti come Ei-
naudi e Pigou, viene disprezzata dai ma-
cro-economisti keynesiani. Ma con il di-
sprezzo del risparmio si è arrivati alla cri-
si mondiale attuale. Forse è questo andaz-
zo che è obsoleto.
Francesco Forte

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