Iproblemi della finanza pubblica, in Ita-
lia come altrove, sono noti: il deficit è
ben oltre la soglia del 3 per cento consen-
tito da Maastricht in tempi di crisi, men-
tre il debito pubblico è circa il doppio di
quanto era stato pattuito in sede europea.
Che fare? Benché negli ultimi dieci anni
molti esponenti dell’attuale maggioranza
di governo abbiano promesso agli italiani
che il carico fiscale sarebbe sceso sotto il
40 per cento del pil e che il risanamento
sarebbe avvenuto dal lato della spesa, leg-
giamo proposte in senso opposto, propo-
ste che il governo si guarda bene dal met-
tere a tacere. La spiegazione è semplice. I
conti fanno acqua, manca il coraggio per
ridurre la spesa e di conseguenza occorre
spremere i contribuenti per non finire co-
me la Grecia. La ricetta politicamente
ideale deve soddisfare due requisiti: non
colpire clientele politiche e dare l’im-
pressione di gravare su coloro che perce-
piscono redditi senza lavorare. Purtroppo,
l’idea di un’imposta sui redditi da capita-
le passa questo doppio test populista con
un voto molto alto. Eppure, anche se qua-
si irresistibile, questa deriva clientelare e
populista non solo sarebbe ingiusta, ma
condurrebbe probabilmente a risultati
controproducenti.
Vi sono diverse opinioni sulle proprietà
dell’imposta più giusta (o meno ingiusta).
Tuttavia, tutte convergono sul fatto che
l’imposta debba essere comprensibile a
tutti nella sua filosofia ispiratrice: ogni in-
dividuo deve contribuire alla spesa pub-
blica in base alle proprie capacità di pro-
durre ricchezza, oppure in base alla ric-
chezza effettivamente prodotta con le ri-
sorse di cui dispone. Per non sbagliare, i
moderni regimi fiscali tassano sia la ric-
chezza, sia il reddito, il che dimostra con-
fusione di idee e avidità, più che il rispet-
to di principi di trasparenza ed equità. Ad
ogni buon conto, è palese che la capacità
contributiva non deve essere legata alle
preferenze individuali: una volta definito
il patrimonio posseduto o il reddito pro-
dotto, l’imposta non può dipendere da ciò
che l’individuo decide di fare con quel pa-
trimonio o con quel reddito. Eppure, di-
scriminare fra le preferenze individuali è
proprio il “segreto” della tassazione sulle
rendite finanziarie. Si pensi a due contri-
buenti, A e B, entrambi percettori di soli
redditi da lavoro ed entrambi tassati di
conseguenza. Versate le imposte dovute, A
decide di spendere subito tutto il suo red-
dito in beni di consumo. B, invece, decide
di fare dei sacrifici e risparmiare, corren-
do anche il rischio che i propri risparmi
siano falcidiati dall’inflazione o dalle con-
seguenze di cattivi investimenti. In effetti,
le cosiddette rendite finanziarie remune-
rano proprio questi sacrifici e questi ri-
schi. Tassare i flussi di reddito da capitale
non significa, dunque, tassare una rendi-
ta, cioè un reddito ingiustificato. Significa
invece disincentivare il risparmio e il ri-
schio imprenditoriale. Come si accennava
poc’anzi, ciò è illogico per due motivi. In
primo luogo, perché l’imposta sui redditi
da capitale non insiste né sulla capacità di
produrre reddito, né sulla produzione di
reddito, bensì sulle decisioni individuali
sul come impiegare il proprio potere d’ac-
quisto. In secondo luogo, perché sarebbe
ben difficile sostenere a priori che i quat-
trini sottratti a chi risparmia o a chi finan-
zia l’attività d’impresa sono meglio impie-
gati dal politico o dal burocrate responsa-
bile della spesa pubblica.
In conclusione, è certamente vero, co-
me alcuni rilevano, che le imposte sui
redditi da capitale in Italia sono inferiori
a quelle in vigore in molti altri paesi eu-
ropei. Nondimeno, copiare dagli altri non
è sempre la soluzione migliore, soprattut-
to quando gli “altri” non sembrano brilla-
re per vivacità economica o imprendito-
riale. E, più in generale, va osservato che
ben raramente un’economia ha “creato
sviluppo” grazie ad aumenti della pressio-
ne fiscale; e ancora più rari sono i paesi
che hanno prodotto opportunità e agevo-
lato l’occupazione scoraggiando il rispar-
mio e l’afflusso del capitale di rischio al-
le imprese.
Enrico Colombatto
Filed under:
Uncategorized
Trackback:
Uri






sarà anche così, boh, tanto non capisco niente di economia e finanza; tuttavia ho l’impressione che forse esistono tanti tipi di rendita finanziaria: credo che il riparmiatore che mette i soldi in un fondo, giusto per mantenere qualcosa, sia diverso dalle società finanziarie o dalle acrobazie dei giochi in borsa; e che per le aziende il reinvestimento del capitale in attività produttive abbia un maggiore valore sociale di una rendita finanziaria. Chiedo pietà ai blogeconomisti per le idiozie che probabilemente ho scritto