… Contro tutti i pronostici, il nostro Paese ha retto bene alla crisi. A cosa dobbiamo questa performance insperata? La dobbiamo a tre caratteristiche della nostra economia da sempre sottovalutate: la «ricchezza» delle nostre famiglie fatta di risparmi monetari e di diffusa proprietà della casa; il «provincialismo» delle nostre banche che le ha tenute al riparo da quelle disastrose scorribande finanziarie, che sono state il detonatore della crisi; e infine la «manifattura». Questa caratteristica tipica della nostra economia ci fa grandi produttori ed esportatori di merci e non solo venditori di servizi. E poi ce la stiamo cavando meglio del previsto perché abbiamo pescato un jolly. L ’ Italia è entrata nella crisi internazionale con una maggioranza di governoforte che ha sostenuto una politica economica severa e senza tentennamenti. Il ministro Tremonti in questi due anni difficili hafatto le cose giuste e, soprattutto, ha evitato di fare le cose sbagliate che tanti gli suggerivano.
Il combinato delle caratteristiche della nostra economia della gestione efficace della crisi ha fatto sì che nel gregge dell ’ Europa, non solo non siamo più noi la pecora nera, ma che anzi siamo nel gruppo di testa, solo pochi passi dietro alla bianchissima pecora tedesca sempre più virtuosa.
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Cominciamo cambiando la scuola e l ’ Università. Per troppi anni la scuola è stata soprattutto lo strumento per dar lavoro ai professori. Abbiamo costruito ci si ammala
Lombardia o il triplo che in Francia e in Germania. Siamo da anni di fronte ad una truffa collettiva, che i sindacati locali non contrastano, tollerata, se non coperta, da chi è responsabile delle visite fiscali che noi chiediamo sistematicamente con risultati scoraggianti. Questi furboni assenteisti, artisti della finta malattia e dello straordinario a rotazione, danneggiano chi lavora seriamente, impediscono la creazione di nuovi posti di lavoro e minano la competitività dell ’ Italia nel mondo globale. Il fatto che questa sia una situazione sofferta non esime dall ’ affrontarla. In un mondo globalizzato, nel quale nascono ogni giorno nuovi concorrenti, non si può difendere l ’ occupazione per decreto. Mantenerla ad ogni costo, anche quando questo vuol dire fabbricare prodotti cari e invendibili, è unastrategia destinata a fallire perché, per un ’ impresa, perdere la capacità di competere vuol dire, alla lunga, perdere tutti i posti di lavoro. D ’ altronde, il sistema supergarantista creato negli anni ’ 70 con lo statuto dei lavoratori porta le menti imprenditoriali del nostro paese, noi inclusi, ad interrogarsi non solo su come accaparrarsi giovani di talento ma, su come ritardarne l ’ assunzione a tempo indeterminato: di ogni neo assunto non si valutano solo le potenzialità, ma il costo di 40 anni di stipendi visto che si dovranno pagare fino alla pensione.
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Uri







avete detto…