15 ago 10

15.8.2010
L’intervista
Brunetta: non si andrà al
voto I finiani torneranno
indietro
Il ministro: c’è un blocco
conservatore che vuole fermare le
riforme «Berlusconi parli al Paese
organizzando manifestazioni»
Aldo Cazzullo

Fini? Non mi sono posto il
problema delle dimissioni. Ma ho
un’immagine tradizionale del ruolo
L’attacco al governo si è scatenato
dopo il discorso fatto da Berlusconi
ad Onna nell’aprile del 2009
Ministro Brunetta, cosa ci aspetta dopo
ferragosto?
«Finalmente l’economia comincia a tirare. Produzione
industriale in crescita tumultuosa, export a due cifre,
disoccupazione in calo. Tutto questo è avvenuto senza
crisi sociale, senza crisi del sistema bancario, senza la
temuta desertificazione imprenditoriale; anzi, con una
buona tenuta del potere d’acquisto delle famiglie e una
perfetta tenuta del welfare».
Le valutazioni degli imprenditori sono molto meno
ottimiste.
«Io non esprimo valutazioni; cito dati
incontrovertibili. Il Pil del 2010 viaggia verso l’1,5%,
quello dell’anno prossimo tra l’1,5 e il 2%. La
ripartenza della locomotiva tedesca rappresenta una
sicurezza. E’ la fine del tunnel. E bisogna dire grazie
alle famiglie italiane risparmiose, alle imprese capaci
di ristrutturarsi, e un po’ anche al governo, che ha
condotto la nave in mezzo alla burrasca. Per questo
Montezemolo e compagni sono quanto meno
ingenerosi. E non aggiungo altro».
Montezemolo, e non solo lui, vi rimprovera le riforme
che non avete fatto.
«E invece le riforme fatte cominciano a dare i loro
frutti. La riforma della pubblica amministrazione. La
riforma del federalismo, con la cedolare secca sugli
affitti, che ha reso più tranquilli i comuni. La riforma
del bilancio che evita gli assalti alla diligenza. La
riforma delle "public utilities", con i regolamenti che
consentono di privatizzare e liberalizzare. Abbiamo
avviato le riforme della giustizia, della scuola,
dell’università, del welfare pensionistico. E poi la
semplificazione amministrativa e legislativa».
Eppure la maggioranza è divisa da una crisi
gravissima.
«E io mi chiedo: non è che tutto quanto sta
succedendo non sia altro che il precipitare della
reazione conservatrice? La reazione di tutti quelli che il
cambiamento non lo vogliono? Perché, pur tra qualche
errore, qui le cose cominciano a cambiare davvero.
Funziona la lotta alla criminalità organizzata. Funziona
la lotta all’evasione fiscale. Le riforme sono in atto;
possono piacere o no, ma sono in atto. Sedicenti
governi di transizione, di salute pubblica, di salvezza
nazionale o qualsiasi altra formula ipocrita e
politichese, non sarebbero altro che il blocco delle
riforme».
Ma se venisse meno questa maggioranza la
Costituzione impone di cercarne un’altra.
«Se cadesse questo governo e gli succedesse
qualsiasi governicchio da palude parlamentare che
durasse qualche mese, il risultato certo e immediato
sarebbe la marcia indietro della riforma della pubblica
amministrazione, la marcia indietro del federalismo
fiscale, la marcia indietro del rigore di bilancio, la
marcia indietro su scuola, università, public utilities.
Ne sarebbero felici i fannulloni. Gli enti pubblici
spreconi cui Tremonti, sia pure con qualche rigidità
degna di miglior causa, ha tagliato le unghie. I soviet
locali di luce, acqua, gas, trasporti, spazzatura. I
sindacati dei "todos caballeros", delle assunzioni facili
senza concorso, della Fiom antimercato e
anticompetizione. I falsi invalidi. E i tanti partiti della
spesa pubblica sprecona e irresponsabile».
Tra un po’ dirà che ne sarebbe felice anche la
mafia…
«Non lo dico perché non voglio offendere nessuno.
Ma due più due fa quattro». Come se ne esce allora?
«Da una parte c’è il governo, che finora ha avuto il
consenso degli italiani. Dall’altra parte c’è
un’opposizione impotente, indecisa a tutto ma
ferocemente conservatrice. In mezzo, una melassa
opportunista, terzopolista, anch’essa conservatrice.
Chi vincerà questa partita? Non solo chi riesce ad
avere la fiducia in parlamento; soprattutto, chi riesce a
parlare al paese. Il passaggio parlamentare è
ineludibile. Si portino i quattro punti a Camera e
Senato, con comunicazione del presidente e dell’intero
governo, su cui approntare una mozione di fiducia:
una sorta di nuovo inizio, anche dal punto di vista
formale; come quando si vota la fiducia a inizio
legislatura. Però il passaggio parlamentare non
basta». Cos’altro occorre? «Rivolgersi agli italiani.
Chiediamo al Paese: queste cose che abbiamo fatto
sono chiare? Le vuoi? Il premier deve parlare non solo
al Parlamento, ma al Paese. Diremo: questo è ciò che
abbiamo fatto; se vince la conservazione, tutto questo
si interrompe. Sarebbe una sorta di fiducia parallela,
un determinante uno-due. Una fiducia popolare da
chiedere come si fa nelle campagne elettorali, anche
se non ci sarà la campagna elettorale. Se il Paese
risponderà di sì, questo non potrà non influire».
Ma in che modo far esprimere il Paese, se non con il
voto? Con le manifestazioni?
«In tutte le forme democratiche, da grandi
conferenze che il premier e i ministri potranno fare in
tutta Italia, a manifestazioni di consenso al governo.
Da quando mai le manifestazioni sono fatti non
democratici?».
Ma secondo lei ci sarà il voto anticipato?
«No. La mia consapevolezza è che la forza delle cose
fatte parla in modo altrettanto chiaro alla maggioranza
e al Paese. E la doppia forza porta a proseguire. Non
vedo chi eletto nei partiti di maggioranza possa
disconoscere le riforme, e sulla base di quale
argomentazione».
Questo significa che secondo lei i finiani, o almeno
una parte, torneranno indietro?
«Assolutamente sì. Chi si assume la responsabilità di
troncare il cambiamento? Tutto si tiene. Questa
grande operazione-verità nel Parlamento e nel Paese
farà sì che si possa riassorbire la crisi. Ma anche se la
crisi, per ragioni puramente di potere, non venisse
riassorbita, la soluzione verrebbe parimente indicata
nel Paese. Se il Paese dice a gran forza "vogliamo
continuare", e il Parlamento risponde di no, viene
sciolto il Parlamento, non il Paese». E si vota con
questa legge elettorale? «Chi la cambia? La melassa?
La minoranza? Se chiedessimo all’opposizione quale
legge elettorale vuole, non saprebbe individuarne una.
In realtà, la legge elettorale è l’espressione della
volontà della maggioranza, incarnata nel bene e nel
male dagli eletti. Se una maggioranza non voluta dalla
gente la cambiasse, sarebbe l’equivalente di un
golpe». Fini deve dimettersi? «Non mi sono mai posto
questo problema. Ma ho un’immagine di tipo
tradizionale dei presidenti di Camera e Senato, come
super partes, garanti dell’attività del Parlamento.
Come si fa a pensare a chi sta seduto sullo scranno più
alto come a un capopartito, in contrasto con la
maggioranza che l’ha eletto?».
Quando parla degli errori della maggioranza si
riferisce anche alla casa di Scajola e al caso Brancher?
Non c’è un problema di legalità nel Pdl?
«Il governo ha dovuto affrontare una serie di
attacchi esterni che avrebbero stroncato un toro. E
tutto è cominciato dopo Onna. L’insieme delle
campagne mediatiche è stato avviato, scientificamente
o approfittando di occasioni, dopo il 25 aprile 2009,
dopo quel discorso di Onna che rappresenta il più alto
livello di consenso per Berlusconi, con apprezzamenti
anche a sinistra. Da quel momento si scatena l’ira di
Dio contro il premier. Io non sono un dietrologo. Non
penso che ci siano sempre i burattinai. Ma una
sequenza di questo genere mi fa dubitare delle mie 
convinzioni».

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