Le lobby e il fuoco
amico parlamenta-
re cercano di neutr-
lizzarne lo spirito
innovatore. Da noi
un prof universita-
rio considera
pensione alla stre-
gua di un’onta
la
iter della riforma universitaria in Parlamento, giunto ormai in Aula e alle soglie delle votazioni finali, sta sollevando un forte dibattito che lascia intuire come le proposte del ministro Gelmini, se da un lato attirano anche parti dell’opposizione che le hanno valutate positivamente, dall’altro, toccando interessi consolidati e lobbies strutturate, sollevano all’interno della maggioranza più di un mugugno. Il punto che in questi giorni ha motivato più obiezioni è quello che prevede il pensionamento obbligatorio a 65 anni dei professori ordinari, ai quali è attualmente consentito di restare in servizio fino a 70, e qualche volta a 72 anni. Apriti cielo: non si rischia, è stato detto da più parti, di impoverire il patrimonio scientifico degli atenei italiani, privandosi solo per ragioni di età di scienziati che potrebbero continuare a dare il loro contributo?
Di qui una serie di controproposte, avanzate in prima istanza da una parte dell’Accademia e presto recepite nelle Camere da gruppi trasversali, che puntano a creare una serie di eccezioni alla regola, come ad esempio la possibilità di sfuggire al meccanismo dell’età uguale per tutti stabilendo un giudizio di merito legato alla produzione scientifica: insomma, chi studia, chi fa ricerca, chi produce risultati, può restare in servizio, chi non lo fa è meglio che vada via. Oppure, al contrario, tener fermo il criterio dei 65 anni, ma non per l’obbligatorio collocamento a riposo, ma per gli incarichi direttivi, le presidenze, i dipartimenti e altri posti di potere come le commissioni di concorso, rinunciando ai quali si potrebbe evitare la pensione.
Ma al di là del fatto che una legge che introduca professori a due velocità potrebbe prestarsi a dubbi di costituzionalità, sono le ragioni di fondo di queste obiezioni che andrebbero analizzate. Si dice: il solo obiettivo di questo punto della riforma è ridurre gli organici e aprire possibilità per i più giovani, anche se non sempre è sicuro che siano i più preparati. Anche ammesso – è evidente – che questo sia lo scopo, non si capisce perché in America e in Inghilterra, solo per citare due paesi all’avanguardia sia nella ricerca che nell’eccellenza didattica, il limite dei 65 anni sia accettato da tempo da tutti i docenti (a cui peraltro sono riservati trattamenti pensionistici meno favorevoli dei nostri) e debba invece essere considerato in Italia alla stregua di un’onta, come se appunto le energie più giovani non debbano essere messe alla prova, e come se i maestri non possano continuare a esercitare il loro ruolo al di fuori del circuito delle università e dell’istruzione pubblica. L’età uguale per tutti (che non è detto debba essere necessariamente fissata subito a 65 anni, ma potrebbe, ad esempio, mirare gradualmente a questo livello, passando per una tappa a 67) è un criterio valido, salvo brevi motivate eccezioni, per altre categorie di pubblici dipendenti, come gli ambasciatori o gli alti gradi militari, i dirigenti della burocrazia e i funzionari parlamentari, e l’applicazione di questi limiti non ha certo pregiudicato il funzionamento di questi settori.
In realtà la battaglia contro il pensionamento anticipato dei professori è solo un esempio delle difficoltà che in genere incontrano le riforme, tutte le riforme, ad essere accettate. E già prima di queste, altre obiezioni si erano levate in commissione cultura al Senato contro la riforma Gelmini – dalla governance degli atenei al destino dei ricercatori, dal reclutamento alla durata del mandato dei rettori -, cercando di annacquarla o di spuntarne gli aspetti innovativi e di trasformarla, come già accaduto in passato con quelle di Berlinguer e Moratti, da riforma in mezza riforma.
Si dirà che questa è una costante del nostro Paese, e in particolare nel settore universitario, immobile per lunghissimi periodi anche dopo il ’68, e negli ultimi anni invece travolto da una serie di interventi parziali, che hanno creato un ginepraio da cui non si riesce più a uscire: al punto che nelle stesse università, seduti uno accanto all’altro, si trovano studenti del vecchio, del nuovo e del nuovissimo ordinamento, lauree triennali e quinquennali, numeri chiusi e numeri aperti, sedi decentrate aperte, chiuse e spostate. E tutto ciò mentre sono sempre all’opera commissioni riordino che non riescono a riordinare quasi niente.
Tutto preso dalla lotta contro le correnti, Berlusconi dovrebbe invece preoccuparsi delle lobbies sempre all’opera in Parlamento, e del “fuoco amico” che impallina le riforme, più che dell’opposizione demonizzata ogni giorno. Anche perché, spesso, troppo spesso, sono pezzi di maggioranza e brandelli di opposizione ad allearsi e votare insieme nelle commissioni per neutralizzare lo spirito innovatore.
dal riformista – anna chimenti
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avete detto…