9 lug 10

Dalla risposta che si dà a questa alternativa, e dai comportamenti che ne conseguono, dipende il successo delle battaglie parlamentari dell’opposizione. Se essa costringe il governo a cambiare idea (come è stato nel caso delle dimissioni di Brancher o dello stralcio della norma che metteva i servizi segreti al riparo dalle intercettazioni) ottiene un risultato. La gente si accorge che esiste, che incide, che conta. Se invece si tiene alla larga dal merito delle questioni, limitandosi a protestare contro la maggioranza, nessuno si accorgerà di lei. Sarà vittima su due fronti, oggetto degli strali di chi l’accusa di non volersi confrontare con i problemi e dei lazzi di chi la prende in giro perché non ha combattuto con la necessaria energia.

In fin dei conti, è quello che rischia di accadere con la legge sulle intercettazioni. Il testo è infatti molto cambiato da quando ha cominciato il suo iter parlamentare, e ancora cambierà molto. In meglio? Può essere. In queste ore si stanno riscrivendo gli emendamenti alla Buongiorno che, eliminando le «criticità» di cui ha parlato il Capo dello Stato, potrebbero far ottenere alla legge il sì dei finiani e la tanto sospirata firma del Colle. Se questo accadrà, tutti coloro che hanno spinto per cambiare la legge, a partire da Fini per finire con l’Anm, se ne potrà vantare. Ma nessuno si accorgerà del Pd, che per essere stato intransigente non avrà avuto alcun influsso sull’esito finale ma per non esserlo stato abbastanza sarà accusato di arrendevolezza dalle piazze mediatiche che ha corteggiato.

Questo è un rischio molto serio che corre l’opposizione parlamentare: confondere la cultura dell’emendamento con la tendenza all’inciucio. Se ci si mette da soli il bavaglio, il paese avrà leggi peggiori, ma l’opposizione non avrà vita migliore.

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