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	<title>Commenti a: non dimenticare</title>
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	<description>ECONOMIA, POLITICA, VENEZIA, CALCIO E VARIA UMANITÀ</description>
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		<title>Di: paolop</title>
		<link>http://www.gpnet.it/2010/07/non-dimenticare/comment-page-1/#comment-239</link>
		<dc:creator>paolop</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jul 2010 09:32:26 +0000</pubDate>
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		<description>riporto anche questo
Il tribunale dell’Onu in Cambogia ha condannato a 35 anni di carcere il «compagno Duch» riconosciuto responsabile dell’uccisione di 12mila persone nei gulag dei Khmer rossi in Cambogia. Era il periodo tra il ’75 e il ’79, anni in cui gli uomini di Pol avevano molti amici in Italia.  Da Napolitano a D’Alema il Pci applaudiva l’«eroe» 1 che i fatti hanno posto al pari di Hitler e Stalin. Con toni di grande retorica Pol Pot e i Khmer rossi sono i vincitori di una battaglia del bene contro il male, coloro che hanno umiliato l’odiata America, con i suoi orpelli della libertà e della democrazia. Invece, dopo poche ore l’ingresso a Phnom Penh inizia uno dei più immani genocidi del Novecento, due milioni di vittime, su una popolazione di meno di sei milioni di abitanti. In poche ore, la capitale, simbolo dell’urbanizzazione occidentale, viene svuotata, i malati vengono lasciati morire negli ospedali o finiti con un colpo di fucile alla nuca. Nel mirino finiscono prima gli «evoluè», le persone che hanno una qualche forma di cultura non marxista, basta portare gli occhiali o parlare una lingua straniera, per essere passati per le armi. Poi tocca agli altri. Il ritardo al lavoro nelle campagne è punito con la fustigazione a colpi di bambù, al terzo ritardo si è condannati a morte. Un uomo che vuole sposare una donna inoltra domanda alla direttrice delle donne del villaggio che gliene assegna una a sua scelta. 
Tiziano Terzani ammette i suoi errori e comincia a raccontare la verità. I telegiornali Rai, con grande professionalità di alcuni colleghi, raccolgono le prime testimonianze degli orrori, raccontati da chi fugge in Thailandia. «I falsari della tv», titola l’Unità in prima pagina, all’attacco dei telegiornali definiti: «esibizione di parzialità e di menzogna». Gli inviati dell’Unità raccontano, invece, la gioiosa vita nel paradiso del comunismo. Si dovrà a uno straordinario film, «Urla nel silenzio», diretto da Roland Joffé e vincitore di tre premi Oscar, il miglior racconto della macelleria cambogiana. 
Tutto questo è storia, consacrata dai tribunali internazionali, ma in Italia ancora non è stata scritta la storia di chi ha condiviso, almeno moralmente, le nefandezze di Pol Pot e compagni. Certo, il contesto dell’epoca, si dirà. Ma poi, perché dopo non c’è stato neanche un gesto, uno scampolo di autocritica? Se vogliamo quello che è accaduto per la Cambogia è più grave dei fatti di Ungheria e Cecoslovacchia. Questo per l’entità del genocidio e per la natura gratuitamente criminale dell’azione di Pol Pot. Quelle volte che qualcuno ha interpellato i dirigenti dell’allora Pci, i firmatari di quei documenti di sostegno, molti dei quali ancora oggi attivi in politica, ha ottenuto risposte di circostanza. La dissociazione è scontata. Nessuna condanna aperta e meditata per aver condiviso politicamente quella follia. Del resto la misura di tutto ciò è anche nella conoscenza di quei fatti. In Italia sono stati pubblicati solo tre o quattro libri sul genocidio cambogiano. 
Questa vicenda ora è consegnata alla storia ma come ci hanno insegnato Vico e Croce la storia è il metro della civiltà. 

da il giornale - sangiuliano</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>riporto anche questo<br />
Il tribunale dell’Onu in Cambogia ha condannato a 35 anni di carcere il «compagno Duch» riconosciuto responsabile dell’uccisione di 12mila persone nei gulag dei Khmer rossi in Cambogia. Era il periodo tra il ’75 e il ’79, anni in cui gli uomini di Pol avevano molti amici in Italia.  Da Napolitano a D’Alema il Pci applaudiva l’«eroe» 1 che i fatti hanno posto al pari di Hitler e Stalin. Con toni di grande retorica Pol Pot e i Khmer rossi sono i vincitori di una battaglia del bene contro il male, coloro che hanno umiliato l’odiata America, con i suoi orpelli della libertà e della democrazia. Invece, dopo poche ore l’ingresso a Phnom Penh inizia uno dei più immani genocidi del Novecento, due milioni di vittime, su una popolazione di meno di sei milioni di abitanti. In poche ore, la capitale, simbolo dell’urbanizzazione occidentale, viene svuotata, i malati vengono lasciati morire negli ospedali o finiti con un colpo di fucile alla nuca. Nel mirino finiscono prima gli «evoluè», le persone che hanno una qualche forma di cultura non marxista, basta portare gli occhiali o parlare una lingua straniera, per essere passati per le armi. Poi tocca agli altri. Il ritardo al lavoro nelle campagne è punito con la fustigazione a colpi di bambù, al terzo ritardo si è condannati a morte. Un uomo che vuole sposare una donna inoltra domanda alla direttrice delle donne del villaggio che gliene assegna una a sua scelta.<br />
Tiziano Terzani ammette i suoi errori e comincia a raccontare la verità. I telegiornali Rai, con grande professionalità di alcuni colleghi, raccolgono le prime testimonianze degli orrori, raccontati da chi fugge in Thailandia. «I falsari della tv», titola l’Unità in prima pagina, all’attacco dei telegiornali definiti: «esibizione di parzialità e di menzogna». Gli inviati dell’Unità raccontano, invece, la gioiosa vita nel paradiso del comunismo. Si dovrà a uno straordinario film, «Urla nel silenzio», diretto da Roland Joffé e vincitore di tre premi Oscar, il miglior racconto della macelleria cambogiana.<br />
Tutto questo è storia, consacrata dai tribunali internazionali, ma in Italia ancora non è stata scritta la storia di chi ha condiviso, almeno moralmente, le nefandezze di Pol Pot e compagni. Certo, il contesto dell’epoca, si dirà. Ma poi, perché dopo non c’è stato neanche un gesto, uno scampolo di autocritica? Se vogliamo quello che è accaduto per la Cambogia è più grave dei fatti di Ungheria e Cecoslovacchia. Questo per l’entità del genocidio e per la natura gratuitamente criminale dell’azione di Pol Pot. Quelle volte che qualcuno ha interpellato i dirigenti dell’allora Pci, i firmatari di quei documenti di sostegno, molti dei quali ancora oggi attivi in politica, ha ottenuto risposte di circostanza. La dissociazione è scontata. Nessuna condanna aperta e meditata per aver condiviso politicamente quella follia. Del resto la misura di tutto ciò è anche nella conoscenza di quei fatti. In Italia sono stati pubblicati solo tre o quattro libri sul genocidio cambogiano.<br />
Questa vicenda ora è consegnata alla storia ma come ci hanno insegnato Vico e Croce la storia è il metro della civiltà. </p>
<p>da il giornale &#8211; sangiuliano</p>
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