14 lug 10

cosa ne dite?
la Cina ha sottoscritto un miliaro di € di titoli spagnoli: segno di fiducia o arruolamento nella lista dei “sottoricatto” (cosa accadrà al prossimo rinnovo?)

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2 commenti.

  • wikiop scrive:

    E infatti non sfugge agli economisti! Lo dicono meglio, ma è quello che pensiamo noi (“piedino di porco”?)

    Cinesi di Bocca Buona
    Riceviamo da Leonardo Baggiani (IHC) e volentieri pubblichiamo
    Era ancora metà giugno, e circolavano “voci” di un interesse della Cina all’acquisto dei titoli greci. Ora che ci approssimiamo alla metà di luglio, esce la notizia che la Cina ha acquistato un miliardo di euro di bond spagnoli. La Spagna non è (ancora) la Grecia, ma fa sempre parte della famiglia dei PIGS (o PIIGS), i “porcellini europei”… Insomma, la Cina è attratta dai suini nostrani.
    Perché i cinesi, pieni di dollari e Treasury, dovrebbero acquistare titoli spagnoli se non greci? Una spiegazione che potrebbe giustificare l’acquisto di qualsiasi titolo in euro sta nella pressione che appunto l’euro sta subendo. Un cambio euro/dollaro che passa da 1,50 a 1,20 significa un calo di prezzo del 20%. Poniamo che la tensione sui debiti sovrani si acuisca ancora un po’, oppure non si risolva mentre gli USA sembrano definitivamente entrare nella fase di ciclo ascendente: l’euro potrebbe scendere ulteriormente (qualcuno pare pure di parità col dollaro entro l’anno, e io non la escludo…) e creare discrete opportunit di “shopping” in Europa, soprattutto scommettendo nella successiva ripresa e nell’effettività delle misure europee di contenimento della spesa pubblica. Convertire un po’ delle riserve di dollari in euro quando il cambio è favorevole e nella prospettiva di un rialzo dell’euro, è una bella mossa di hedging su un portafoglio-riserve sbilanciato. La cosa ha senso, tanto senso che intanto si comincia con un acquisto significativo in titoli spagnoli.
    Però perché proprio i periferici? Una spiegazione potrebbe essere la scommessa sull’impossibilità del fallimento e quindi un’ipotesi di under-pricing attuale dei titoli. Anche questa spiegazione rientra nella precedente cornice puramente finanziaria, pur forse con un taglio speculativo un poco più marcato.
    Più interessante è ricordare che prima che ai “porci europei” l’attenzione cinese era rivolta agli USA in un momento in cui stavano accumulando debito avviandosi alla più profonda crisi da decenni; la Cina in quel modo si è trovata a poter “ricattare” gli USA (“se bloccate il nostro export, noi smettiamo di finanziarvi”). Proporsi come un sostanziale salvagente per la Spagna (e in futuro io conto la Grecia) mi inquieta, perché potrebbe essere, oltre alle convenienze sopra esposte, un modo per mettere “il piedino” in Europa, diventare il finanziatore dei “periferici” vecchi e nuovi, aiutando così i Governi ad allentare la stretta sulla spesa (il che è politicamente allettante!), e permettendo la formazione di un gruppo di importatori netti.
    Questo quadro un po’ fanta-politico è comunque coerente con i proclami cinesi di cercare una via “domestica” allo sviluppo (se ne è parlato su Chicago Blog ad esempio qui e qui). Infatti la Cina, non è un mistero, sta cominciando una delocalizzazione in Asia e ha già progetti per l’Africa (già detto anche su IHC un anno fa); se tali produzioni, più labour-intensive potrebbero servire per il mercato interno diventando quindi importazioni, queste potrebbero venir compensate da un export cinese più capital-intensive verso l’Europa. Questa mi pare un’ottima strategia perché l’estero finanzi il consumo interno senza che, al netto, sia evidente come driver della crescita.
    Nel 2007 IHC presentò uno scenario simile, con una staffetta di USA ed Europa come “consumatore mondiale” con la Cina ancora nel ruolo di “produttore mondiale”. In quello scenario tutto passava da una “fuga” cinese dal dollaro con conseguente marginalizzazione degli USA. La realtà non sarà mai così schematica, infatti il piglio imprenditoriale potrebbe salvare gli USA dalla marginalizzazione e l’Europa dal ruolo di consumatore welfarizzato, ed i Governi potrebbero “un po’ magicamente” risolversi di ridurre il ruolo dello Stato permettendo serie ristrutturazioni sistemiche e una vera “società della conoscenza” (come nella wish-list di Lisbona). Però l’appetito cinese per i titoli europei più “suini” (cominciando, come visto, dalla Spagna) potrebbe tradire un vero inizio di “scaricamento” del dollaro… Il pericolo di questo “scenario” esiste, è insito nei fondamentali, e qualche segnale sembra già apparire. Staremo a vedere.

  • Roma. Se oggi è indiscutibile che l’Europa stia facendo scuola in tutto il mondo con i suoi programmi di austerity, è altrettanto indubbio che la Grecia – quanto a impegno profuso nel rimettere in ordine i conti pubblici – possa aspirare legittimamente al ruolo di prima della classe. Soltanto tre mesi fa il paese era sull’orlo del fallimento, costretto ad accettare un piano di salvataggio da 110 miliardi di euro da parte di Unione europea e Fondo monetario internazionale. Ieri, per la prima volta da quel momento, Atene è tornata a rivolgersi al mercato dei titoli di stato, e l’asta di bond a sei mesi ha suscitato tanto interesse fra gli investitori che la domanda è stata di 3,6 miliardi di euro, tre volte la cifra che l’esecutivo intendeva raccogliere. Certo la crisi non è ancora completamente alle spalle,
    ma intanto i mercati sembrano ritenere che il paese stia eseguendo diligentemente “i compiti a casa”, proprio come la cancelliera Angela Merkel l’aveva esortato a
    fare. Non a caso ieri il premier George Papandreou è tornato a ostentare sicurezza:
    “Il popolo greco comprende la difficile situazione del paese e sostiene l’operato del
    governo”. E gli ultimi sondaggi sembranodargli ragione: secondo il quotidiano con-
    servatore Kathimerini, Papandreou è considerato ancora oggi dall’opinione pubbli-
    ca il miglior primo ministro possibile. E questo nonostante le difficili scelte com-
    piute. Il deficit pubblico, secondo il ministero delle Finanze, è diminuito del 46 per
    cento rispetto all’anno scorso: da 17,87 miliardi nei primi sei mesi del 2009 a 9,65 mi-
    liardi nello stesso periodo del 2010. La spesa governativa, da gennaio a giugno, è stata
    tagliata del 12,8 per cento, meglio degli obiettivi stabiliti con Ue e Fmi, mentre le
    entrate fiscali sono aumentate – seppure al di sotto delle attese – del 7,2 per cento. An-
    che il prodotto interno lordo, secondo le stime, potrebbe contrarsi meno del 4 per
    cento preventivato. Giovedì scorso il Parlamento greco ha approvato inoltre un pac-
    chetto di riforme del mercato del lavoro e l’innalzamento dell’età pensionabile a 65
    anni per la maggior parte dei lavoratori.
    C’è un corposo capitolo di spesa, però, che Atene non sembra disposta a toccare:
    si tratta di quello relativo alla difesa. Secondo un’inchiesta pubblicata ieri dal Wall
    Street Journal, proprio in queste settimane la Grecia “sta spendendo più di un mi-
    liardo di euro (1,3 miliardi) per due sotto marini provenienti dalla Germania”. Non
    solo: in cantiere c’è anche l’acquisto di sei fregate e 15 elicotteri militari dalla Fran-
    cia. “Gli accordi militari – scrive il Wsj – di mostrano come la Germania e altri credito-
    ri abbiano beneficiato della tendenza della Grecia a sperperare il denaro pubblico”.
    Che fino a ieri Atene destinasse risorse ingenti all’apparato militare era noto, vista la
    posizione di confine nel corso della Guerra fredda e i rapporti burrascosi con la
    Turchia. Ma ora la scelta è destinata a fardiscutere, considerato pure che secondo
    alcuni osservatori maliziosi queste commesse alle industrie franco-tedesche sa-
    rebbero parte del prezzo che l’Ellade sta pagando ai suoi “salvatori” del Vecchio
    continente.




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