9 lug 10

L’ossessione (pubblica) dei divieti  
PIERO OSTELLINO

❜❜ I progressisti tendono a subordinare la politica al raggiungimento di finalità sociali o etiche .

In auto: di superare i 130 o i 150 nei tratti col Tutor, anche se su un’autostrada a tre corsie, deserta. L’Unione europea ha persino provato— fortunatamente, per ora,
senza riuscirci— a vietare la Nutella perché, sostengono a Bruxelles come se noi non lo sapessimo, ingrassa, e altri cibi perché alzano il colesterolo. 
Alcuni di questi divieti hanno, se non altro, un fondamento scientifico; altri sono solo ridicoli, oltre che vessatori, frutto della vocazione per i regolamenti di legislatori e/o funzionari pubblici spesso unicamente desiderosi di dimostrare che si stanno guadagnando i soldi che percepiscono (dalle nostre tasse). 
Tutti sono figli dell’ossessione di proteggere la nostra salute dall’alcol e quella dei vicini dal fumo, nonché la sicurezza degli altri automobilisti da quelli che vanno forte (come se un pericolo non lo fossero anche quelli che vanno piano e i limiti di velocità non fossero stati imposti non per il nostro bene, ma per risparmiare energia dopo lo shock petrolifero del 1973). 
Ma che cos’è un divieto come quelli?

È — secondo la teoria economica della proibizione— un atto pubblico tendente a bloccare lo scambio di un bene o di un servizio fra individui adulti, responsabili e consenzienti. Non è un caso che, negli Stati Uniti, l’Era progressista (1900-1920) abbia segnato il momento più alto del proibizionismo. «Mai— si è detto— ci fu un imbroglio così grande perpetrato da pochissimi a danno di moltissimi».

Alcuni economisti sostengono, infatti, che ogni danno alla società provocato dalle politiche governative sia l’effetto di un’attività di rent-seeking, cioè della ricerca di privilegi e di profitti, da parte di alcuni interessi
organizzati (le lobby), mediante la politica. Entra in gioco, qui, la contrapposizione tra le policies liberal o socialistiche — che subordinano la politica al raggiungimento di
finalità sociali e/o etiche— e quelle liberali, che ne valutano i costi in termini di incremento del potere politico a scapito delle libertà individuali e collettive. 
La cultura razionalistico-costruttivista, liberal o socialista, è per il diritto come produzione legislativa (le mutevoli maggioranze politiche che, in Parlamento, fanno leggi che riguardano anche la vita privata dei cittadini); è per l’interventismo dello
Stato, e la sua mitizzazione, come ordinatore dei comportamenti individuali; è per il governo come strumento di civilizzazione. La cultura liberale concepisce il diritto come «richiesta di un comportamento altrui corrispondente ad un nostro interesse», come equilibrio e scambio fra «soggettive esigenze individuali» che si concretano
nella Legge intesa quale costume e tradizione. 

...se ti piace, condividilo!
  • Print
  • Digg
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • email
  • Live
  • RSS

Filed under: Uncategorized
Trackback: Uri




Lascia un commento

*