E cco perché Arjen Robben, mancino
ma capace di calciare anche di de-
stro, ala destra del Bayern Monaco e fe-
nomeno della Nazionale olandese, è un
giocatore unico che, come lui, non ce ne
sono. Poi certo, il Pallone d’oro lo vincerà
Sneijder perché ha vinto di più e segna di
più. Ma Robben è unico mentre Sneijder
no. A chi somiglia Sneijder? A Matthäus,
è ovvio. Un otto era Matthäus. Un otto sa-
rebbe Sneijder se ancora esistessero i nu-
meri dall’uno all’undici. A chi somiglia
Robben? A nessuno. Soltanto a se stesso.
Perché? Non tanto perché è una delle po-
che ali destre che calcia di sinistro. Ma
per un altro semplicissimo motivo: palla
al piede è uno dei giocatori più veloci al
mondo. Corre a una velocità di 32,7 km/h
e la palla è sempre lì, incollata al collo
del piede, non si stacca mai. Ecco perché
dalla linea di centrocampo all’area avver-
saria non lo si può prendere. I giocatori li
dribbla saltandoli, in velocità, che quan-
do lo vuoi fermare devi farti buttare fuo-
ri (come lo juventino Felipe Melo). Più
veloce di lui c’è soltanto Cristiano Ronal-
do (33,3 km/h) che però gioca in modo di-
verso, non è in finale dei Mondiali, e non
è decisivo quanto Robben. Perché Rob-
ben è decisivo? Pare di sì. Ricordare per
credere. Era il 2004. Robben giocava in
Portogallo gli Europei. L’Olanda vince 2 a
1 con la Repubblica Ceca. Robben sta
giocando molto bene ma l’allenatore Ad-
vocaat decide di toglierlo. Non l’avesse
mai fatto. Clamorosamente l’Olanda va
sotto 3 a 2 e viene eliminata. Questo even-
to viene ricordato nell’immaginario col-
lettivo dei Paesi Bassi come “La Sostitu-
zione”. L’altro ieri anche Van Marwijk
stava per fare lo stesso errore. L’Olanda
vince 3 a 1 sull’Urugay e lui va a sostitui-
re Robben. L’Uruguay per poco non ri-
monta. Nessuno gliela avrebbe perdona-
ta. Nemmeno Robben. Ma ogni partita è
storia a sé. L’unico che non cambia mai è
Robben. Fenomeno vero.
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Uri






“Se il calcio è metafora della vita, ‘Notti
Mondiali’ è allegoria di un oltretomba in
cui non vorrei finire”
l’Olanda è
l’unica nazione che giocava in casa, ma non
poteva dirlo perché hai voglia a dire che
sei parente lontano di quelli dell’a-
partheid! Quelli dell’apartheid, almeno
in fatto di calcio, hanno insegnato tutto. So-
no tanto bravi che hanno insegnato a gioca-
re anche a quelli del Suriname con le trec-
cine, dimostrando come per un esperimen-
to di filantropia dickensiana che anche il
buon selvaggio, debitamente catechizzato
sulla diagonale e la ripartenza, può diven-
tare come un europeo. Il colonialismo cal-
cistico funziona. Invece laddove resiste il
mito maradonian-terzomondista, l’anar-
chia domina e il calcio resta una cosa sen-
za capo né coda, un’apostrofo blancocele-
ste tra un asado e la pampa. Una bevuta di
mate aspettando la revolución.
Ma ora dobbiamo affrontare
l’impresa maggiore. Al momento di scrive-
re, non so contro chi, ma in ogni caso sarà
un nemico storico dell’Olanda, dopo che
altri sono già stati sistemati. Del Giappone
si è detto. E l’Italia, non l’abbiamo nean-
che dovuta affrontare (ed è stato me-
glio per voi). Restano solo la Spagna,
contro la quale abbiamo dovuto
lottare ottant’anni per ottenere
la nostra libertà, o la Germa-
nia, portatrice di memorie
sgradevoli di tempi più recenti.
Temo che sarà la Germania, e
non sono l’unico. Non c’è tifoso
in Olanda, che oltre a tifare la
Nazionale, non tifi l’avversa-
rio della Mannschaft. Chiun-
que sia, anche antipatici co-
me i francesi o caciaroni co-
me gli argentini.
Mi ricordo ancora la faccia rossa, lardo-
sa e arrogante con la quale il re bavarese
Franz Josef Strauss dopo il 2-1 della fina-
le del 1974 (Gerd Müller, maledetto!) osò
pontificare: “Klar überlegen!” (decisamen-
te superiori). Ma quanto era bello
poi quel lungo tiro curvato di Van
Basten del 2-1 per noi contro la
Germania negli europei dell’88!
I miracoli esistono e si possono
ripetere. Speriamolo. Spe-
riamo che la dea bendata
e lo spirito di Jan van
Riebeeck, che fino a ora
sono stati così generosi con i nostri, lo
siano ancora domenica sera. Ci trove-
remo contro un Panzergeschwader
senza paragone, ma dobbiamo fidarci
dell’astuzia, della tecnica e del talento
individuale. Vincere il Mondiale con-
tro la Germania sarebbe la realizza-
zione di un sogno, un’impresa divina, l’ul-
tima Wiedergutmachung. Forza boeri!
Ma non ci avevano assicurato che una squadra europea non aveva mai vinto e non poteva vincere il Mondiale fuori d’Europa? Non ci annunciano ogni giorno che l’occidente è finito, il governo bollito, Dio morto da più di un secolo e Obama il nuovo messia?
troppo miscugli, rimescolamenti: colonialismo, cultura sudamericana, arroganza straussiana, boeri ,
ma ragazzi qui si sta’ parlandi di calcio, non esageriamo !
la vita non è la metafora del calcio?
O forse è il calcio la metafora della vita ?
se ambedue le affermazioni son realistiche, allora, ragazzi, cerchiamo di non continuare ad esagerare !
P.S:: non credo che questo tipo di disquisizioni abbiano radici culturali nell’Europa del Nord.
Diamo per un attimo un calcio a JP Sartre e a Pasolini, per un’ora e mezza o due + eventuali rigori, e gustiamoci la partita tra due squadre cosi`diverse ,poichè almeno in questo il mondo non è poi cosi’ globalizzato e appiattito come alcuni potrebbero credere.
come si cantava in chèba: “VIva lo Sport !” Di’e n’ai !
Tutto ciò è bello ma mi avete rotto …..
Domenica sera vedrò la partita in terrazza al consorzio di fronte a casa del sultano: però della partita non me ne frega più di tanto ma mi sollazzerò con un succulento piatto di spaghetti che fanno unitamente ad una frittura. Lo so sono un Ciacco moderno (per modo di dire) ma questo è uno stimolo che bisogna curare ed abbandonare altri stimoli.
Paolop e Chocky vi voglio bene
Spagna-Olanda
ex terre di Carlo V ….
Alcuni anni fa Otto d’Asburgo, informato da un suo collaboratore dell’imminente partita di calcio Austria-Ungheria, lo fisso’ qualche secondo e chiese: contro chi ?