20 lug 10

In nome di Borsellino. A Palermo fischiano il presidente della commissione Antimafia Beppe Pisanu e non vogliono il presidente del Senato né quello della Camera. A Milano un gruppo di giovani contesta il sindaco Letizia Moratti all’inaugurazione di un giardino pubblico intitolato a Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Questi giovani ritengono che Letizia Moratti non abbia le carte in regola per dichiararsi nemica della mafia. Perché? Perché è un’esponente del centrodestra.

Non è la prima volta che Letizia Moratti riceve delle contestazioni perché partecipa a una manifestazione

Successe qualche anno fa, mentre sfilava in corteo per il 25 aprile, spingendo la carrozzella di suo padre, anziano, che sessant’anni anni fa aveva partecipato alla Resistenza. Stavolta la contestazione è stata abbastanza pacifica. Qualche striscione, qualche grido, una discussione animata. Niente di grave. Il diritto dei cittadini di contestare le autorità, purché in modo non violento, credo che non possa essere messo in discussione. Se qualcuno, per qualunque ragione, vuole fischiare il sindaco, è giusto che gli sia permesso.

Resta però la domanda: ha un senso contestare Letizia Moratti per il suo impegno antimafioso? Cioè: esiste la possibilità che qualcuno possegga l’autorità per decidere chi è antimafioso e chi non lo è? Chi ha il diritto di esserlo? Ecco, io credo che nessuno possegga questa autorità, e che non ci sia nessuna logica nella contestazione alla Moratti.

Naturalmente non fingo di non capire qual è il ragionamento che sta dietro la contestazione. È semplicissimo: Moratti è una leader di centrodestra; il centrodestra è Berlusconi; Berlusconi è amico di Marcello Dell’Utri, Dell’Utri è amico di Mangano, Mangano è stato condannato per mafia, quindi Moratti è mafiosa o comunque è amica dei mafiosi, o amica degli amici dei mafiosi che è la stessa cosa, e noi non la vogliamo. In sintesi, chiunque abbia a che fare con il centrodestra non ha il diritto di battersi contro la mafia. L’antimafiosità spetta alla sinistra ed è sleale togliere alla sinistra questa esclusiva.

Io trovo che questo ragionamento sia sbagliato, anzi sbagliatissimo, e che sia il motivo – o almeno uno dei motivi – per il quale oggi, in Italia, la lotta politica è depotenziata. In che senso? Nel senso che non è più una lotta tra interessi diversi o tra diversi punti di vista, ma una lotta a squadre, senza posta in gioco se non il buon nome e il successo della squadra. L’assenza della posta in gioco, o il disinteresse per la posta in gioco, è la morte della politica.

E così succede che invece di essere contenti perché una prestigiosissima esponente del centrodestra viene a rendere più forti le file dello schieramento antimafioso, ci si indigna, perché si ritiene che la Moratti non rispetti le regole del gioco e tenti di trarre un vantaggio politico dalla “antimafiosità”, invadendo in modo irregolare e sleale il campo della sinistra. Nessuno – diciamo la verità – è interessato al rafforzarsi o all’indebolirsi dello schieramento antimafioso: quel che interessa è se in questo modo si rende più forte o più debole il proprio schieramento, la propria squadra.

Potrei restare a queste considerazioni generali. Che non mi sembrano irrilevanti. Ma nel caso specifico ci sono ancora un paio di cose da dire. La prima è evidente: Paolo Borsellino non era un esponente di sinistra, anzi, almeno per una parte molto lunga della sua vita ha coltivato idee politiche e simpatie nettamente di destra. Falcone no, era abbastanza di sinistra, sebbene fosse un moderato. La differenza di idee politiche tra loro non fu un impedimento a lavorare insieme, a lottare insieme e a ottenere grandi risultati. Magari, oltre a inneggiare retoricamente alla loro santità, sarebbe utile studiare un po’ la loro vita, le loro scelte, i loro comportamenti, e tenerne conto (se non proprio prenderli ad esempio).

Ma c’è un’altra piccola cosa che voglio raccontare. A Falcone – lo ricordo benissimo e in minuscola parte ne fui persino responsabile personalmente, quando facevo il vicedirettore dell’Unità – capitò negli ultimi due o tre anni della sua vita di essere indicato lui stesso come uno che non combatteva contro la mafia. Come un nemico degli antimafiosi puri (paradossalmente dopo essere stato accusato di essere «un professionista dell’antimafia»…). La sinistra – sbagliando clamorosamente – si batté contro la sua nomina a superprocuratore antimafia pochi mesi prima del suo assassinio. Perché? Perché aveva accettato di lavorare con Claudio Martelli, e Claudio Martelli era del Psi, e il Psi era di destra, e la destra era amica della mafia, e per di più Falcone aveva incriminato un pentito che sosteneva che il capo della mafia era Giulio Andreotti, e lo aveva incriminato perché giudicava che quel pentito fosse un calunniatore.

Probabilmente se fosse ancora vivo anche Falcone riceverebbe delle contestazioni antimafiose. Come è successo a Letizia Moratti, alla quale va tutta la mia solidarietà di giornalista di sinistra.

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