13 lug 10

Non chiediamo aiuti, ma riforme vere
La Fiat? Meglio oggi che in passato

Per questo, comprendo la nostalgia di forti individualità d’altri tempi che
l’ambasciatore Romano esprime, scrivendo che «il panorama industriale italiano ha
perduto molti dei suoi picchi ed è fatto principalmente di piccole colline da cui è
difficile guardare lontano». Ma mi sembra utile richiamare alcune considerazioni, per
comprendere meglio come gli industriali italiani parlino «meno di se stessi e più
dell’Italia e dell’Europa». Il mondo è cambiato. Non esiste più l’Italia della lira
svalutabile, dei vincoli amministrativi sui flussi di capitale, del debito pubblico
variabile indipendente. Alla globalizzazione tumultuosa, la crisi ha fatto seguire una
mutazione che sarà di lunga durata, nelle gerarchie e nelle geografie produttive. Nel
2009 la Cina è leader della produzione industriale mondiale con la sua quota del
21,5%. Gli Stati Uniti dal 24,8% del 2001 sono scesi al 15%. Il Giappone si è quasi
dimezzato, dal 15,1% all’8,5%. L’Italia nella peggior crisi del dopoguerra ha difeso il
suo quinto posto, col 3,9%. Ma se la Germania è tra i «vecchi» Paesi avanzati l’unica
a guadagnare spettacolarmente in avanzo commerciale e dei pagamenti, l’Italia è
l’unica altra nazione del club alla quale è comunque riuscito di migliorare. Nella
graduatoria dei manufatti sul commercio mondiale, siamo al 4,8%. Poco meglio del
precrisi: ma meglio.
È cambiato anche ciò che le imprese chiedono alla politica. Mi limito a un solo
rilevante esempio. È preferibile la Fiat del passato, indotta dai sussidi pubblici offerti
dalla politica ad aprire stabilimenti in cui la logica era di bruciare cassa pur di offrire
lavoro considerato socialmente utile, in una logica assistenziale? Oppure la Fiat di
oggi, che senza aiuti pubblici dice chiaro che Pomigliano non regge senza produttività
comparabile a quella estera e che su questa base condivisa con i lavoratori riporta in
Italia produzioni di massa già destinate alla Polonia? La risposta è libera. Ma io
preferisco la Fiat di oggi. Che, da leader della manifattura nazionale, parla e agisce
come migliaia di aziende italiane che si confrontano con l’aspra sfida e le grandi
opportunità dei mercati globali. È cambiato, infine, anche il modo in cui la politica
risponde alle sollecitazioni della società civile, imprese incluse. Il sistema
maggioritario della Seconda Repubblica ha creato una leadership individuale e
riconosciuta dalla pubblica opinione, nell’alternarsi di maggioranza, che mancava
nella Prima, i cui governi cadevano con patologica frequenza, ma i partner politici non
cambiavano mai. Leadership personale e appello diretto al mandato popolare ispirano
alla politica un senso di autosufficienza. I fatti si incaricano spesso di smentirla. Ma
bipolarismo e premiership generano dialettiche con la società diverse dal
proporzionalismo consociativo. Da queste tre osservazioni, traggo tre risposte a
Sergio Romano. Prima che con le parole, le imprese rispondono con i fatti. Attenzione
a guardare solo i dati della crisi nel nostro Paese, ai 6 punti di Pil persi, ai cali di
ordini e fatturato che restano a doppia cifra. Se alziamo gli occhi alle performance dei
nostri concorrenti nel mondo nuovo, scopriamo che c’è un’Italia manifatturiera che è
già capace di far bene come la Germania. Talora meglio. Non basta da sola a trainare
l’intera Italia a ritmi tedeschi. Ma assicura da sola il 70% della crescita potenziale
nazionale. L’Italia delle «piccole colline» industriali sembra aver imparato la lezione
dell’internazionalizzazione meglio dei grandi gruppi del passato.
Alla politica, le imprese italiane non chiedono più interventi diretti discrezionali dei
governi. Ma meno svantaggi competitivi nel fisco, nella pubblica amministrazione,
nell’energia, nelle infrastrutture e nei trasporti. Non «stringere qualche vite, tappare
qualche buco, cambiare qualche pezzo». A giugno, nella sua Assemblea annuale,
Confindustria ha consegnato al governo e al Paese «Italia 2015». Un ampio
documento che indica come si debba intervenire per più ricerca e migliore scuola e
università, meno tasse per impresa e lavoratori, più flessibilità nel mercato del lavoro
con diversi ammortizzatori, meno deficit energetico e più nucleare, più integrazione
tra le aziende con reti d’impresa e più forte patrimonializzazione, più legalità
dovunque nel Paese. Due punti di crescita di Pil l’anno, un punto di spesa pubblica
primaria in meno ogni anno e per cinque anni. Questo è l’interesse del Paese:
crescere di più, più reddito ai lavoratori, oltre che alle imprese. Sono le posizioni che
portiamo in Europa, con una presenza intensificata nella rete delle Confindustrie
europee, a Bruxelles come al G10 e al G20, come nelle missioni internazionali. Infine,
le riforme strutturali che chiediamo sono maturate in centinaia di incontri territoriali
nei 22 mesi di crisi alle nostre spalle.
La politica tanto si è accorta delle nostre proposte, che talora ha mostrato
insofferenza. Come sulle tasse. O alla nostra Assemblea, quando migliaia di
imprenditori hanno invocato con due minuti di applausi tagli energici ai costi della
politica. Altre volte, le risposte sono invece state positive. Una settimana fa abbiamo
scongiurato che nella manovra restassero norme fiscali che ledevano il diritto del
contribuente al contraddittorio in contenzioso. Altro che tutela corporativa. Abbiamo
difeso con successo tutele inviolabili per ogni cittadino. Quando il governo mi ha
chiesto di diventare ministro delle Attività produttive, ho ringraziato ma declinato.
Non credo affatto che alla fragilità di una politica spesso troppo sicura di sé la risposta
giusta sia la confusione di ruoli. Il coraggio della critica non ci è mai mancato e basta
guardare ai dati del nostro Centro Studi sull’evasione fiscale o all’impegno della
nostra associazione contro la criminalità organizzata per riconoscere come, al di là
della politica, ci siamo impegnati sui temi più rischiosi della nostra società. In ogni
caso, saranno gli elettori, a tirare le somme. Ed è agli elettori, che deve chiedere
consenso chi vuol cambiare le cose. Non ai salotti buoni.

...se ti piace, condividilo!
  • Print
  • Digg
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • email
  • Live
  • RSS

Filed under: Politica
Trackback: Uri


1 commento.

  • cicciociccio scrive:

    I l presidente della Confindustria,
    Emma Marcegaglia, rispondendo
    sul Corriere della Sera di ieri a un ar-
    ticolo di Sergio Romano – che si ram-
    maricava della mancanza nel mondo
    imprenditoriale di figure di spicco co-
    me quelle del passato – ha delineato
    un mondo industriale il cui impegno
    primario è nell’economia dei mercati
    globali. Nel tratteggiare il successo di
    questo orientamento, Marcegaglia ha
    abbandonato la tesi catastrofista del
    declinismo, di moda nel passato re-
    cente anche in ambienti confindu-
    striali, e ha sottolineato i successi del-
    la nostra industria manifatturiera che,
    anche nel periodo di crisi, ha aumen-
    tato, sia pure di poco, la sua quota nei
    mercati internazionali, attestandosi al
    4,8 per cento. Il modello che così si
    configura per le relazioni con lo stato
    e con il mondo del lavoro è quello del-
    la nuova Fiat di Sergio Marchionne
    basato non più sui sussidi pubblici ma
    sulla sfida della produttività globale.
    Dato ciò, il punto di vista degli indu-
    striali verso la politica è più orientato
    a incalzare sulle riforme che a difen-
    dere piccoli interessi di bottega. An-
    che questa impostazione della confe-
    derazione differisce da quella del re-
    cente passato perché la pubblica opi-
    nione è per il principio maggioritario
    che, con la presenza del leader, com-
    porta competizione politica e non più
    compromessi.
    La posizione degli industriali verso
    il governo non è perciò più quella di
    cogestori della politica, collegati alla
    ricerca di rendite, ma quella di una
    separazione con la richiesta che l’eco-
    nomia pubblica si conformi al model-
    lo di mercato, con il contenimento del-
    la spesa pubblica, con una tassazione
    che favorisca la crescita mediante im-
    poste moderate e non distorsive, con
    la semplificazione e la certezza delle
    regole, con l’eliminazione dell’evasio-
    ne e dell’illegalità , ma anche con il ri-
    spetto dei diritti individuali. L’azione
    della Confindustria per l’eliminazione
    dalla manovra di finanza pubblica
    dell’inversione dell’onere della prova,
    nei rapporti con il fisco, ha detto la
    Marcegaglia, non ha nulla di corpora-
    tivo, è a difesa della libertà.
    A ben vedere, comunque, c’è una
    sola ma sostanziale lacuna in questo
    ineccepibile disegno neo liberale, per
    altro soltanto parzialmente praticato:
    il mancato riferimento al ruolo delle
    infrastrutture per la crescita econo-
    mica, eccetto l’auspicio al ritorno al
    nucleare.




Lascia un commento

*