Da De Bortoli a Bernheim
Caro Presidente, ci rivolgiamo a Lei in francese perché, nonostante la quarantennale confidenza con il nostro Paese, maturata in Generali e Mediobanca, ha preferito sempre esprimersi nelle occasioni ufficiali, e in particolare nelle numerose e lunghe assemblee che Lei ha presieduto a Trieste, nella sua lingua con il beneficio di una rapida e precisa traduzione quasi simultanea.
Pur consapevoli del dispiacere che ciò avrebbe procurato a Lei, che ha sempre manifestato il suo amore per le Generali e per l ’ Italia, i soci della compagnia quest ’ anno hanno deciso di non riconfermarla alla presidenza, ma di riconoscerle per acclamazione la carica d ’ onore, dopo aver deciso un vertice che, accanto al presidente, comprende tre vicepresidenti e due amministratori delegati (e poi si critica la politica…). Un passo che ha anche un risvolto burocratico, del resto reso automatico da un regolamento interno al quale proprio ieri il consiglio ha stabilito di non dare in futuro ulteriore corso. Le Generali, in base a un ’ obbligazione pregressa, le hanno dunque riconosciuto un emolumento vitalizio pari a 1,5 milioni annui, reversibile al 60%. Si è anche favoleggiato, ma si tratta senza dubbio di una qualche malizia della stampa, della conferma di alcuni fra i benefit che le erano stati assicurati nel corso del suo doppio periodo di presidenza (dal 1995 al 1999 e dal 2003 al 2010) nella compagnia. E che siamo sicuri che Lei, in passato critico perfino verso ciò che considerava sfarzi nella Mediobanca presieduta da Enrico Cuccia, avrà accettato con riluttanza. Perciò siamo altrettanto certi che Lei, destinatario negli anni di emolumenti e bonus in Generali che qualcuno (probabilmente animato sempre anche da malizia) ha calcolato in almeno 32,7 milioni, vitalizio escluso ovviamente, vorrà accogliere questo nostro modesto suggerimento: elargire una parte delle somme a una associazione benefica, o a una fondazione. Non ne vuole una italiana? Ne scelga una francese purché operi anche in Italia. Potrebbe essere un modo per dimostrare una volta di più quanto ha affermato (in francese) in varie occasioni: «Quando sono a Trieste, mi sento italiano». Caro Presidente, lo dica ora nella nostra lingua comune: l ’ euro.
e ritorno…
Egregio Direttore,
avendo letto la Sua lettera pubblicata dal Suo giornale proverò, nel risponderLe, ad essere il più sintetico ed esaustivo possibile. In effetti, ho adesso i requisiti per ricevere la mia pensione, secondo i termini concordati molti anni fa. Questo non ha rappresentato materia di discussione di recente, si tratta semplicemente di un diritto contrattuale fissato da lungo tempo. Allo stesso modo, durante i miei 30 anni di servizio come amministratore di Generali, sono stato remunerato secondo le condizioni e i termini contrattuali che sono stati approvati negli anni da tutti i Consigli d ’ Amministrazione competenti.
Sebbene io comprenda che possa servire a fini di facile populismo fare riferimento nella Sua lettera a cifre il più possibile elevate, ritengo valga la pena evidenziare che la somma aggregata corrispondente alla mia remunerazione negli anni è semplicemente il risultato matematico del mio lungo periodo di servizio nella Compagnia ed il riconoscimento degli obiettivi raggiunti ricoprendo vari ruoli. Il Suo suggerimento di donare una parte della mia pensione ad una fondazione è significativo soprattutto perché sottolinea quanto di moda sia diventato fare pubblicità alle proprie opere di solidarietà, per assicurarsi un certo credito di reputazione agli occhi della gente. Dal momento che non sono mai stato un seguace delle mode, rimango dell ’ opinione che ogni individuo abbastanza fortunato da potersi impegnare in attività filantropiche non dovrebbe mai manipolare il privilegio di aiutare gli altri— dovunque essi siano— per guadagnarsi un po ’ di approvazione. Mi perdonerà dunque se anche in questa occasione non abdico a questo principio e declino il Suo gentile invito a lustrare la mia immagine davanti ai Suoi lettori.
Per quanto riguarda i Suoi riferimenti al mio attaccamento per le Assicurazioni Generali e per l ’ Italia, non posso far altro che sperare che il mio lavoro svolto nei decenni — insieme a generazioni di colleghi eccellenti, che si sono succeduti supportando sia la Società che l ’ Italia— sia una prova abbastanza solida di quanto genuini siano sempre stati i miei sentimenti. Questo attaccamento alle Assicurazioni Generali mi ha reso anche impopolare, non molto tempo fa, quando le mie opinioni fuori moda sulla «finanza moderna» hanno reso facile accusarmi di essere un cimelio del passato, sebbene le mie preoccupazioni non si siano in seguito dimostrate errate.
Allo stesso modo, senza dubbio, qualcuno dipingerà la mia abitudine a non esibire il modo in cui impiego i frutti del mio lavoro come un atteggiamento fuori luogo nel mondo moderno. Se questo è il caso, allora così sia. Quantomeno, i Suoi lettori potranno essere certi che queste sono davvero le opinioni di Antoine Bernheim, dal momento che nessun altro sarebbe così sprovveduto da perdere l ’ opportunità di raccogliere il plauso popolare.
Con i miei più distinti saluti.
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Uri






avete detto…