Ha sostenuto di recente un autorevole analista americano che oggi sarebbero due le grandi potenze mondiali: gli Stati Uniti e Moody’s. La prima economia del pianeta e l’agenzia di rating hanno una capacità in comune: quella di influenzare l’andamento
dei mercati globali con il solo uso della parola. Quest’analisi, per quanto confermata dalle recenti turbolenze post Lehman Brothers, ha bisogno di un aggiornamento alla luce di ciò che è avvenuto questa settimana nelle Borse mondiali. Mercoledì è stato sufficiente un silenzio di qualche ora da parte delle autorità cinesi per far crollare le piazze finanziarie europee e americane, indebolendo l’euro rispetto al dollaro come non avveniva da quattro anni a questa parte. E questo solo perché Pechino ha tardato a
smentire un’indiscrezione del Financial Times, secondo la quale la Repubblica popolare – temendo le conseguenze della crisi del debito nel Vecchio continente – sarebbe intenzionata a rivedere il proprio portafoglio di debito, vendendo titoli europei.
A smentita ufficiale avvenuta, giovedì le Borse hanno invertito la rotta, chiudendo invece in forte rialzo.
Pechino è ormai consapevole di possedere questa nuova forma di “soft power”, che le deriva essenzialmente dalle sue enormi riserve valutarie e dal suo status di potenza creditrice.
Le autorità dell’ex impero celeste non hanno mancato di esercitare anche consapevolmente la loro rafforzata influenza, quando per esempio hanno espresso pubblicamente una certa “preoccupazione” per lo stato dell’economia americana. Gli effetti delle
parole, come quelli del silenzio, ricordano al mondo il nuovo status internazionale della Cina, molto meglio di quanto non facciano le infinite serie positive degli indicatori statistici.
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